Kirghizistan bambino

Quello che ho capito del Kirghizistan

Kirghizistan: anima nomade. Lasciate perdere le città ed esplorate il suo cuore selvatico. E soprattutto, dimenticate da dove venite.

A pensare a quello che mi porto dentro di questo viaggio mi viene in mente un gomitolo di lana. È una cosa ingarbugliata e compatta ma anche calda e morbida, e sicuramente ne verrà fuori qualcosa di bellissimo, tipo una sciarpa o delle babucce, qui i nomadi delle montagne con la lana ci fanno le babucce e tantissime altre cose quindi mi sembra anche un paragone azzeccato. Fatto sta che mi sento un gomitolo nella pancia. Un gomitolo è anche una cosa confusa, sicuramente meno ordinata di una sciarpa, ma chissà che anche io riesca a fare di quello che provo ciò che i nomadi delle montagne fanno con i loro gomitoli. 

È stata dura. Un viaggio intenso, attraverso due paesi che pensavamo simili e che non si sarebbero potuti rivelare più diversi. Kirghizistan e Tagikistan, attraverso un lungo corridoio a ridosso dell’Afghanistan. 

Una valanga di colori, profumi e sguardi sconosciuti ci hanno fatti sentire prima smarriti, poi accolti, e solo grazie alla lentezza propria del viaggio via terra, siamo riusciti a cogliere sfumature di cui la velocità non conosce il sapore, e ad addentrarci nel cuore pulsante di queste terre sconosciute senza pregiudizi, armati di pazienza e spogliati, volenti o nolenti, di tutto ciò che il mondo da cui proveniamo ci ha consegnato come accettabile, sostenibile, ordinario. Strumenti di sopravvivenza inclusi.

Sul Kirghizistan ho poco da dire ma ho capito una cosa. Siamo atterrati a Bishkek, e dopo una settimana di permanenza tra la capitale e il lago Yssyk Kul, famoso per essere “il mare dell’Asia centrale” eravamo piuttosto depressi e ingrigiti. Nessuna caratteristica rimarcabile, una città di media grandezza, brutalismo sovietico senza grosse bizzarrie di spicco, fatta eccezione per un edificio orrendo a forma di disco volante che aveva il suo fascino, lunghi viali alberati che congiungevano il niente con il nulla, piazze vuote e fontane casuali, cielo grigio e gente imbronciata.

Quando viaggio ho sempre la mente fertile e le percezioni a mille. Eppure per gran parte del tempo passato tra la città e la costa lacustre ho fatto fatica a non cascare addormentata ad ogni occasione. Non è vero, confesso che sono cascata addormentata più volte. Ma, dicevo, ho capito una cosa. Non è stato facile, non si può capire di cosa è fatto un posto in quatto e quattr’otto. Di cosa è fatta la sua gente. E dove sta la sua anima. Ma bisogna avere fiducia. Secondo me la fiducia è la chiave della scoperta. Non hai possibilità di capire il mondo se non hai fiducia. 

Ad ogni modo partiamo per Osh, la seconda città del Kirghizistan per importanza, a sud. Da qui inizia la strada del Pamir, ciao città, ciao persone con macchine, docce calde, elettricità e cessi veri. Qui finalmente i primi sorrisi, strette di mano, posso aiutarti?, i colori sono accesi, il bazaar è vivo e l’energia si sente. Stiamo meglio, sarà il sud, pensiamo, il sud è sempre più caldo, sembra un luogo comune, ma in fondo è proprio così.

Da Osh partiamo per le montagne con il nostro driver Kirghiso dagli occhi buoni e i modi gentili, e dopo poche ore realizzo. Appena lasciata la città, giusto pochi minuti fuori dal caos del sabato di mercato il paesaggio si fa ondulato di dolci pendii e i colori diventano brillanti, l’aria è frizzante, scompaiono i mezzi di trasporto su ruote e inizia un susseguirsi di pastori a cavallo a dominare greggi di pecore, capre, mucche e yak, un continuo, uno dopo l’altro, sorridenti sventolano una mano per salutarci e con l’altra dirigono la mandria, non ci sono più i rumori della città, continuiamo a salire, le colline si cospargono di yurte e accampamenti nomadi, piccoli container colorati con comignoli fumanti ospitano i pastori e il bestiame si riposa placido tutto intorno. Sono emozionata, il mondo è bello. Dopo ore di cammino arriviamo al campo nomadi che ci ospiterà per la notte. Poche tende di feltro, un container riscaldato adibito a cucina, un lavandino di lamiera in mezzo al prato.

Intorno il nulla. Colline e laghi turchesi si alternano a perdita d’occhio e il silenzio è assordante. Ci sono i cavalli liberi che brucano. Sono lontani ma sento il rumore dei denti che strappano l’erba e la masticano, nessun altro suono nel raggio di chilometri. Sorrido compiaciuta. Sta calando la sera, mentre assaporo tutta la bellezza che ho intorno, incredula, una ragazza sgattaiola nella nostra yurta e accende la stufa a legna. La raggiungo, cerca di spiegarmi che farà molto freddo (già si gela e ho il fiato corto per l’altitudine) è dolcissima proviamo a comunicare a gesti, è complicato, ma gli sguardi bastano a conoscerci e ad accettarci. Spuntano dei bambini nomadi, vestiti di lana e zoccoli di pelle imbottiti, hanno il viso bruciato dal vento e gli occhi a mandorla sono zozzi e sorridenti. È difficile da interiorizzare, sono lì, ma osservo tutto in maniera analitica non conosco quel mondo è tutto diverso non ci sono punti di riferimento, voglio capire l’ambiente, voglio farne parte, mangio una zuppa calda nel container, faccio pipì in una casetta di truciolato con un buco per terra e corro nella yurta che fuori si gela. Leggo un po’, finché la lampadina funziona, dopo poco non c’è più elettricità cosi provo a dormire. 

È impossibile chiudere occhio, Matteo dorme io sono sopraffatta dall’emozione. Guardo fuori, la luce della luna sulle colline è abbastanza per vedere il loro riflesso nell’acqua, il silenzio mi assorda i pensieri partono dalla gola e le lacrime mi gelano le guance, tutto ciò che non riesce a farsi spazio tra il rumore della vita scalpita e viene fuori, si accavallano emozioni e c’è tutto lo spazio del mondo siamo solo io e la notte e mi accorgo che la vita è una cosa meravigliosa.

Il giorno dopo partiamo alla volta del Tagikistan. Tutto questo per dire che quello che ho capito del Kirghizistan è che la sua anima è nomade e il suo cuore è caldo come il feltro ed una stufa accesa. La sua gente non è fatta per camminare sull’asfalto e abitare muri di cemento e l’energia del suo popolo vola con il vento tra i fiumi impetuosi e i laghi rilassati tra i monti puntinati di yurte e bestiame. La sua anima fa il formaggio, munge mammelle e cammina sotto il sole al freddo e al gelo. E SORRIDE. È CALDA. ABBRACCIA, INCLUDE, ACCOGLIE, DA. Se andate in Kirghizistan, saltate le città. Non c’è nulla di cui nutrirvi. Esplorate il suo cuore selvatico, e dimenticate da dove venite.

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