Tagikistan Wakhan Valley

Tagikistan: un viaggio nel tempo e dentro se stessi sul tetto del mondo

Alla scoperta del Tagikistan attraverso l’altopiano del Pamir, il tetto del mondo. Tra i villaggi nomadi delle montagne più alte del pianeta, dove l’elettricità è un lusso e la natura (spettacolare) domina incontrastata sulla civiltà.

 

Tagikistan. Asia Centrale. Un viaggio sconvolgente. Una natura soverchiante, capace di farti sentire minuscolo e in pace con tutto. Esistono zone della Terra ancora risparmiate dalla violenza dell’uomo e l’altopiano del Pamir, nella regione del Gorno Badakshan in Tagikistan è una di queste. Non è un viaggio semplice. Bisogna dimenticare i comfort occidentali. Si viaggia per più di mille chilometri su strade sterrate e pericolosamente accidentate costruite dai sovietici negli anni ‘30. La densità umana è ridotta all’osso. Si dorme, spesso per terra, in yurte o nelle “Home Stay” dei nomadi, semplici spazi domestici locali messi a disposizione dei viaggiatori. Ma scordatevi l’attenzione al turista. Qui vigono le regole nomadi. Si mangia come loro, si dorme come loro, ci si lava come loro. Pane, latte di yak, te, qualche biscotto e uova, tante uova, sempre uova. Per la notte, qualche coperta sovrapposta su un tappeto a fare da materasso. I bagni sono sempre esterni e la tipologia è quella descritta nell’articolo precedente, a proposito della “toilette” di Bokonbayevo in Kirghizistan: un buco nel terreno. L’unica fortuna è che qui l’altitudine scongiura le mosche. Ma non l’odore. Per lavarsi ci sono piccoli lavandini all’aperto, collegati a una cisterna. Nessuna acqua calda. Spesso l’elettricità è assente o viene attivata per poche ore, in genere tra le 19 e le 22. Immaginate il piacere di lavarsi alle 7 del mattino dopo una nottata gelida a 4200 metri. È probabile che i primi giorni deciderete di rinunciare a un po’ di igiene personale a vantaggio di un po’ di tepore. Inizierete a puzzare, ma tanto non ci sono ristoranti o musei da visitare. Solo nomadi (spesso kirghizi), capre, mucche (con relativo letame sparso) e la natura spettacolare. Natura incredibile. La terra come doveva apparire prima della comparsa dell’ uomo. Meravigliosa, imponente, indifferente e perfetta in se stessa. Picchi di oltre 7000 metri innevati in lontananza, colline dolci e pastellate, infinite distese di terra immensa, laghi cristallini e verdi, turchesi, azzurri. Saline in mezzo al deserto, vallate verdi e rigogliose o spianate di roccia nuda a perdita d’occhio. Polvere, tanta polvere sollevata dalle ruote delle (poche) 4×4 dei viaggiatori. Il vento che soffia sinistro nelle abitazioni di mattoni abbandonate nei rari, remoti villaggi di quattro  case sparute, approdo per la sopravvivenza in una terra sorprendente quanto ignota al mondo occidentale e in particolare a noi italiani.

Il Pamir è un gioiello nascosto nel confuso crocevia di culture dell’Asia Centrale. Un tempo snodo cruciale dell’antica Via della Seta vissuto e raccontato da Marco Polo e oggi più tristemente noto per il traffico d’oppio che arriva dall’Afghanistan attraverso il confine meridionale. Confine marcato dal variegato e imponente fiume Pyanj e dall’altrettanto spettacolare Wakhan Valley, divisa a metà tra Afghanistan e Tagikistan. 1300 kilometri in cui le due nazioni si fronteggiano a pochissimi metri di distanza, separate dal solo fiume, mentre il paesaggio cambia mille volte e i rispettivi abitanti, se non si incontrano di nascosto per contrabbandare droga, possono soltanto salutarsi con la mano. Oppure, come ci ha detto un poliziotto ad un posto di blocco mentre ci attardavamo a ripartire dopo il passport control: “Levatevi da qui, li c’è l’Afghanistan, possono spararvi”. Ovviamente era una sciocchezza, ma anche questo significa girare per il Pamir.

In un post su Facebook il bravissimo fotografo nostro concittadino Beppe Carbon (nuovo amico per ora solo sui social ma speriamo presto anche dal vivo), che ha fatto lo stesso percorso qualche giorno prima di noi, ha scritto:

Questo viaggio che è fatto più di strada che di storie mi ha portato in un territorio in cui la comunicazione è quasi completamente assente, ma l’umanità si sente e respira forte e chiara.

Ed è vero. Questo viaggio è fatto più di strada che di storie e l’assenza di comunicazione, dovuta alla barriera linguistica, ma anche alla genuina timidezza della popolazione nomade, produce un potente shock culturale. In Occidente siamo abituati a comunicare, a condividere ogni istante della nostra vita, ogni pensiero. A costruire la nostra immagine. Qui non c’è nulla da costruire se non la capacità di stare in silenzio e di contemplare. Non c’è nulla da condividere se non la propria piccolezza e insufficienza di fronte alla natura aspra delle montagne, i pochi gesti di sopravvivenza. La fatica fisica, un pezzo di pane, un pasto frugale. L’unico calore, oltre a quello delle spesse coperte, è il sorriso dei bambini, il loro piacere primitivo di salutare, scambiare un segno di presenza nel vuoto umano della terra immensa.

Per questo non ci sono aneddoti particolari che possano aiutarmi a raccontarvi quest’avventura. Che è tutta un grande aneddoto da dipanare sul filo rosso dello stupore continuo. Così, contrariamente a quanto amo fare di solito, procederò per tappe, dedicando un paragrafo a ognuno dei magnifici luoghi che abbiamo visitato in 10 giorni di sballottamenti a 30 km orari sulla Pamir Higway e lungo la Wakhan Valley. Sarà un lungo articolo, ma mi auguro che possa rivelarsi un utile strumento per chi dopo di noi deciderà di intraprendere questo viaggio magnifico e importante.

Il nostro itinerario

GIORNO 1: Osh

Viaggiatori in una marshrutka
Viaggiatori locali in una marshrutka, tipico taxi collettivo della zona

Osh è una città del Kirghizistan e rappresenta il punto di partenza ideale per la Pamir Highway per chi, come noi, decide di percorrerla da nord a sud. Se avete letto il racconto precedente, ci eravamo lasciati proprio a Osh, con quel senso di tristezza che il Kirghizistan del nord può suscitare nel viaggiatore. Questo perché ancora non avevamo visitato questa cittadina immersa nei verdi campi del sud e costruita intorno a una montagna (il monte Suleiman). 

Il segreto di Osh è la presenza di una fortissima comunità uzbeka. Per chi non lo sapesse, gli uzbeki sono considerati un po’ i terroni dell’Asia Centrale. Colorati, caciaroni e festosi. Tessitori e ricamatori di stoffe pregiate, sempre sorridenti e naturali emanatori di calore umano, gli uzbeki sono in grado di influenzare profondamente il volto del territorio in cui si stabiliscono. Somigliano ai kirghizi come i napoletani ai trevigiani. Così, appena sbarcati dall’aereo di sera, ci sembra di essere arrivati in una città di mare, nonostante il mare sia la cosa più distante da un Paese dell’Asia Centrale. Trascorriamo qui una sola notte e non abbiamo tempo di vistare a fondo la città, ma riusciamo ad esplorare per un paio d’ore il Jayma Bazaar, che si estende sui due lati del fiume cittadino e ci riconcilia immediatamente con il nostro viaggio.

Il Jayma pullula di volti sorridenti e coloratissimo. Ci imbattiamo in carretti che trasportano zamponi di maiale, attraversiamo la cruenta area macelleria, grondante sangue e assaltata dalle vespe. I banchi dei meravigliosi pani rotondi e intagliati, grandi meloni gialli ovunque, odori sublimi di carne grigliata e prodotti da forno. Bigiotteria di ogni tipo e qualità. Ma soprattutto quell’allegria che mancava a Bishkek. Siamo a sud, insomma. Ogni Paese ha il suo nord e il suo sud, pronti a rispettare uno stereotipo universale.

È ad Osh che incontriamo il nostro driver. In realtà non è quello che avevamo prenotato dall’Italia. E’ suo fratello. Via whatsapp Musa, il titolare, si scusa, ma ha avuto un contrattempo. La cosa non ci piace molto, ma Asath, questo il nome del sostituto, ci fa subito una buona impressione. Discreto, gentile, occhi buoni orientali. In anni di viaggi abbiamo imparato a fidarci dello sguardo. Il 99 per cento delle volte, gli occhi non mentono. Facciamo una breve sosta al supermarket per comprare cibo e acqua in abbondanza per i giorni successivi e poi si parte. Inizia il nostro viaggio nel Pamir.

L’auto che ci porterà in Pamir
La nostra auto

GIORNO 2: Turpal Kul Lake/Peak Lenin Camp

Se la prima tappa in Pamir è il Peak Lenin Camp a Turpal Kul, la sensazione è quella di esere partiti col botto. Viene quasi da pensare: se questo è l’inizio, il resto sarà all’altezza? Come vedrete è una paura inutile, perché la quantità e la varietà di meraviglie che il Pamir è in grado di offrire vanno al di là di ogni immaginazione. Era solo per dire che Turpal Kul, ovvero il lago Turpal è bellissimo. Non solo il lago, anzi, i numerosi laghi, ma la terra che li circonda. Un gioco di rilevi e conche, colline dorate e laghetti che lascia senza fiato.

Qui siamo ancora in Kirghizistan e questa è la prima delle due tappe kirghize della Pamir highway. Dopodomani varcheremo il confine ed entreremo in Tagikistan. L’arrivo al campo di yurte (dormiremo di nuovo in yurta, ma sarà l’ultima volta) è salutato dalla meravigliosa montagna viola che protegge la conca. Esatto, viola. Fa freddo, ma farà molto più freddo durante la notte. La nostra yurta è riscaldata da una stufa a carbone che però si spegnerà un paio d’ore dopo il nostro ingresso sotto le coperte. E’ in questi casi che capisci come fanno gli orsi a passare l’inverno: ci abbracciamo forte e si: dormiamo bene.

Ma prima di andare a dormire gironzoliamo per il campo al tramonto. Ci allontaniamo un po’ per vedere da vicino un laghetto e avvistiamo una mandria di ritorno dal pascolo. Un pastore che ha appena finito di legare un cavallo ci viene incontro e ci da il benvenuto in inglese stentato. Quando torniamo verso le yurte, ne approfitto per arrampicarmi su una collinetta e la vista è stupenda. Ho l’affanno. L’altitudine qui misura 3200 metri e noi non siamo Messner. Ceniamo in compagnia di altri viaggiatori. Un gruppo di indonesiani che ritroveremo più avanti e un americano. Riceviamo un primo assaggio della cucina di montagna che ritroveremo per tutto il viaggio: zuppa di carne e verdure, più simile a un brodino in realtà, servita dalle donne del campo, una molto giovane, l’altra più anziana. Vediamo dei ragazzi e degli uomini a cui il mattino dopo, prima di partire, pagheremo il conto (15$ a testa). Dei bambini correre, giocare, ridere e salutare. Non capiamo se siano un’unica famiglia o più famiglie. L’impressione che riceviamo, pur non riuscendo a comunicare con loro, è di grande serenità. Scherzano tra loro. Sorridono sempre. E penso: questa gente possiede una decina di yurte che rendono bene. Parecchio bestiame da cui ricavare prodotti per sè e da vendere ai mercati cittadini. Sono insieme. Vivono in un posto incredibile fatto di pace e meraviglia. In effetti, che cosa gli manca?

GIORNO 3: Passaggio del confine e Kara Kul Lake

Tagikistan Pamir Kara Kul lake

Ripartiamo verso le dieci del mattino e prima di riprendere la strada principale, facciamo sosta a Sary-Moghul, villaggio di poche anime a qualche kilometro dal Peak Lenin Camp. Asath deve comprare qualcosa e noi ne approfittiamo per fare un giro. È il primo vero villaggio in cui ci imbattiamo. Casette in muratura formato container. Donne, anziani e bambini gironzolano per la città, tutti vestiti in abito tradizionale. Non c’è traccia di asfalto, le strade sono tutte una spianata di terra battuta e sassi. Un vecchio mi viene incontro e mi stringe la mano, farfugliando un mix di inglese incomprensibile e russo. Capisco che vuole sapere da dove vengo e anche qui, in un remoto villaggio kirghizo a 3200 metri di altitudine,  la parola Italia suscita una sola reazione: “Ah, Celentano!”. Nei Paesi dell’ex unione sovietica Celentano è come la pizza, gli spaghetti e il mandolino. 

Ci mettiamo un paio d’ore a raggiungere il confine. Finalmente si entra in Tagikistan. Anzi no. Prima usciamo dal Kirghizistan e ci addentriamo in una lunga no man’s land fatta di roccia, fiumi e piccoli laghetti. Stiamo salendo, lo avvertiamo dal mal di testa e dai fastidi alle orecchie. Il passaggio al confine tagiko è cosa lunga. Prima scendiamo e mostriamo i passaporti a un soldato che appunta i nostri nomi e numeri di documento a penna, su un quaderno a righe. È un ragazzo di vent’anni dai lineamenti afghani. Gli edifici doganali sono tutti mezzi distrutti. Vetri rotti, muri crepati. La guardiola è anche metà stanza da letto, metà magazzino. Fuori tira un vento forte, siamo in mezzo alle montagne. “Welcome to tagikistan!” ci dice un altro soldato. Ma c’è ancora da superare una seconda sosta di quasi un’ora per controllo documenti. Questa volta noi restiamo in macchina a sonnecchiare, mentre Asath si occupa di tutto. Poi, finalmente, entriamo in Tagikistan. Direttamente nel Tagik National Park e ci da il benvenuto una enorme scritta russa: Gorno Badakshan.

Dopo altre tre ore di paesaggi pazzeschi, avvistiamo in lontananza il Kara-kul Lake. Che è la prima dimostrazione di quanto detto prima: il Pamir è un’escalation di meraviglia tappa dopo tappa. Il Kara-kul è un gigantesco specchio sotto il cielo blu, circondato da una corona di colline dorate e dolcissime, che si appoggiano sull’acqua come zampe di brontosauro. Lo costeggiamo per circa un’ora prima di raggiungere il villaggio che porta il suo nome. Siamo ipnotizzati dalla sua bellezza e non riusciamo a smettere di guardarlo. Ma siamo anche stanchi per il lungo viaggio. Appena arrivati alla Home Stay ci infiliamo in stanza e cerchiamo di riposarci, rimandando al giorno successivo l’escursione al lago e al villaggio. Ceniamo presto in compagnia di un esilarante biker americano che ci racconta le sue disavventure con il visto uzbeko, mentre un ragazzo tedesco che viaggia in direzione opposta alla nostra, ci rassicura sul fatto che troveremo delle docce andando verso sud. Scherziamo insieme sull’enorme tour bus rosso brandizzato ROTEL TOURS che trasporta una gruppo di over 50 tedeschi che poco prima stavano preparando una zuppa di cavoli, würstel e crauti nel cortile, facendo un gran casino. Tanto che poco dopo, verso le 9.30, sono costretto a uscire dalla stanza per chiedere loro di abbassare la voce. No, non sono invecchiato di colpo. Se affronterete il Pamir, vi renderete conto che si va a letto molto presto. Perchè si arriva distrutti ad ogni tappa e perché la sera, sostanzialmente, non c’è nulla da fare. Vale per tutti. Gli unici per cui la regola sembra non valere, sono gli anziani del ROTEL TOURS.

Il mattino è puro spettacolo. Dopo colazione (uova, te, pane secco e marmellata di ciliegie), andiamo all’esplorazione del villaggio. La luce è accecante, l’aria pulita e trasparente. Ci aggiriamo tra le case, molto simili a quelle di Sary-Moghul e non c’è nessuno, a parte qualche bambino, un paio di ragazzi che stanno segando un’asse di legno, una ragazza che pompa l’acqua dal pozzo e qualche cane randagio. Passiamo di fianco a una piccola, minuscola moschea, vediamo solo mezzi di trasporto risalenti all’era sovietica. Ci chiediamo dove sia la gente. Forse dentro casa, anche se le case sembrano tutte vuote. Il vento soffia forte e ci aspetteremmo di vedere covoni di paglia rotolare come in un western. Sembra davvero un villaggio western semi abbandonato. Attraversato il paesino, passato un muretto (quello della foto sopra), ecco il meraviglioso Kara kul Lake, splendente al sole del primo mattino. Ce ne stiamo lì un po’, schiaffeggiati dal vento, che è anche l’unico suono. Contempliamo la distesa d’acqua leggermente increspata circondata dalle gobbe di cammello delle colline montagnose. Ci sentiamo felici. La bellezza è una fonte fresca di felicità.

Giorno 4: Murghab

Tagikistan Pamir Murghab

Murghab non ha molto di speciale. E’ una cittadina un po’ più grande rispetto ai villaggi visti fin qui. Una buona base per i viaggiatori che vogliono visitare il Pamir. Ci arriviamo stanchi e fortunatamente troviamo un hotel degno di questo nome, provvisto di docce. Non riusciamo a lavarci da tre giorni, non ci siamo abituati e stiamo impazzendo. Senza contare che la gran mole di sabbia e polvere respirate durante i lunghi spostamenti su strada sterrata, non ha migliorato la precaria condizione di salute con cui siamo partiti. Tossisco spesso e Alessandra continua a soffiarsi il naso. Sono fastidi da mettere in conto per gli occidentali debolucci e sofisticati. Quasi tutti i viaggiatori che abbiamo incontrato avevano acciacchi simili ai nostri.

A Murghab bisogna tenere conto che si, ci sono alberghi decenti, ma l’elettricità arriva solo per tre ore al giorno. Dobbiamo aspettare le sette di sera per poter fare una doccia calda e ricaricare (parzialmente) i nostri dispositivi. Facciamo un giro al bazaar (dove è anche possibile comprare sim card tagike in un container che è lo store della compagnia nazionale, la MEGAFON. Ci inoltriamo nei prati per raggiungere una lontana moschea, tra mucche e bambini nomadi. Incontriamo caprette e ragazze che lavano i panni al fiume. Avvistiamo in lontananza la vetta cinese del Muztagh Ata. Il vento soffia e solleva la polvere, rendendo l’aria irrespirabile. Molti camminano con la mascherina. Ci rintaniamo in hotel, ci laviamo, ceniamo con dell’ottimo plov in compagnia di bikers russi reduci da un incidente, con un compagno in ospedale per colica renale, una moto distrutta e uno di loro malato peggio di noi. Sono piuttosto abbattuti. Noi siamo esausti. Gli auguriamo buona fortuna prima di chiuderci in camera e crollare in un sonno profondo.

GIORNO 5: Bulunkul e Yashik kul lake

Tagikistan Pamir Bulunkul Yashik Lake

Questo è probabilmente il posto che abbiamo amato di più. Sembra quasi impossibile che un luogo del genere sia abitato da qualcuno. A un certo punto, piu o meno quando si cominciano ad avvistare una serie di pozze di sale chiamate Laghi salati, si imbocca una deviazione di 16 chilometri verso l’interno di una vallata senza fiume. Si attraversa una lunga spianata di sabbia bianca e ci si addentra fra le rocce. Si va molto piano, quindi 16 chilometri corrispondono a una quarantina di minuti. Ad un certo punto si incontra una grande pianura protetta dalle montagne. Il genere di paesaggio che viene definito lunare. Quattro case in croce, forse qualcuna in più. Un prato verde, accanto al villaggio, ospita il pascolo di mucche e vitelli. I soliti bambini scorrazzano allegramente mentre alcuni uomini sono impegnati a riempire un camion di fieno. Asath parcheggia di fianco a una piccola casa, fronteggiata da una grande yurta. Verremo ospitati lì, dall’unica famiglia kirghiza in un villaggio interamente tagiko. Persone dai gesti delicati e dal sorriso toccante.

Il tempo di riposarci un po’ e pranzare (Ayran, latte di yak, pane secco, uova e te) e poi ci muoviamo per vedere il bellissimo Yashik kul lake, un lago a un’oretta di cammino dal villaggio (noi ci andiamo in macchina). Somiglia al Kara kul lake, ma è più piccolo. Sul lato sud, dal quale accediamo alla spiaggia, è presente una piccola fonte naturale di acqua calda che Asath chiama hotspring, anche se in realtà non è altro che un tubo che spunta da una zolla di terra e rovescia un ruscello d’acqua appena tiepida. Sono con noi anche i ragazzi indonesiani. Il nostro driver e il loro sono molto amici e da qui in poi ci incontreremo spesso lungo la strada.

Prima di cena visitiamo il villaggio. Parliamo un po’ con delle bambine che masticano qualche parola di inglese, ma non riescono a spiegarci come l’abbiano imparato. Un ragazzo cerca di acciuffare i vitelli per riportarli alla stalla. Sentiamo un asino ragliare. Siamo completamente immersi nella vita rurale. Leggiamo, tra l’altro, che la mancanza di denaro dopo la caduta dell’ Unione Sovietica ha comportato per i nomadi delle montagne un ritorno all’agricoltura tradizionale. Infatti non vedremo nemmeno un trattore fino a Langar, più a sud e a bassa quota, terra fertile e rigogliosa grazie ai fanghi del fiume Pyanj. Qui a Bulunkul tutto si svolge in maniera primitiva e il passato domina sulla modernità.

Di notte, mentre veniamo più volte svegliati dal freddo e dalla necessità di andare in bagno (e quindi di uscire all’aria gelida), Alessandra mi chiama: “Vieni a vedere il cielo”. Maledico il fatto di avere con noi solo i cellulari e una banale Go Pro. Ma in fondo è bello che questo spettacolo rimanga impresso nella nostra memoria e basta. Il cielo di notte senza luna sopra un villaggio senza luce. Un’esplosione di stelle a miliardi, spruzzate da una lunghissima nube lattea che ci penetra il cuore, nonostante il gelo faccia lo stesso con le nostre ossa. È qui, in questa distesa di niente, increduli e un po’ commossi, che comprendiamo il significato di tetto del mondo.

GIORNO 6: Yamg (acque termali) e Ishkashim (via Langar). Ingresso nella Wakhan Valley

Tagikistan Wakhan Valley Confine Afghanistan

Da qui in avanti, il protagonista assoluto diventa il fiume Pyanj. Ovvero il confine naturale tra il Tagikistan e l’Afghanistan. Un fiume lungo e imponente, una forza fertilizzatrice che scava una valle a volte stretta a volte ampia, regalando scorci sorprendenti. 

Un semplice controllo passaporti e siamo dentro la Wakhan Valley. Restiamo subito senza parole. Sapevamo che avremmo costeggiato l’Afghanistan, ma non avevamo immaginato di trovarcelo tanto vicino. Saremo a cinquanta metri e più avanti, più volte, lo avremo ancora piu vicino. Lì, a dieci metri c’è la guerra. Vorremmo entrare, ma non è sicuro. Negli ultimi tempi gli scontri sanguinosi tra il governo e i Talebani sono tornati ad essere fittissimi, quasi quotidiani. Ricominciamo a fantasticare di passare il confine a Ishkashim, dove arriveremo in serata. Anche perché in molti ci hanno detto che la zona del Badakshan Afgano, nei pressi del confine, è sicura. E Ishkashim sembra l’unico confine aperto. Ma realizziamo che il nostro visto vale per un solo ingresso in Tagikistan. Se passassimo il confine, non potremmo poi rientrare. E poi, comunque, per ottenere il visto afghano dovremmo andare oltre fino a Korogh e poi tornare indietro e non ne avremmo il tempo. E con queste strade, sarebbe un massacro. Ahi noi, sarà per la prossima volta

Il paesaggio è fantastico. La valle parte stretta e iniziamo a salire superando i 4000 metri. Ci fermiamo ad un certo punto per mangiare qualcosa. Poi ripartiamo e lentamente iniziamo a scendere. Sotto di noi, burroni impressionanti a picco sul fiume. La strada in questo tratto è poco più di una mulattiera. Asath procede attento e ci trasmette sicurezza. Alessandra avverte un po’ mal di testa per l’altitudine. Io sono completamente rapito dalla bellezza. Qui il paesaggio è aspro e roccioso, ma poco a poco si cominciano ad incontrare sprazzi di verde qua e là. Quando diverse ore dopo la vallata si apre ampia su Langar, lo spettacolo è incredibile. Dall’alto il fiume si divide in decine di affluenti che corrono e si intrecciano come rami venosi su una larga pianura verdeggiante. E’ la prima terra fertile che vediamo da giorni e ci sembra la valle incantata. Sullo sfondo le vette tagike del Peak Lenin e Peak Karl Marx e quella afghana dell’Hindukush sfoggiano i loro nevosi e abbondanti 7000 metri.

Scendiamo a valle e continuiamo a costeggiare il fiume, come faremo fino alla fine del viaggio. Superiamo Langar e una lunga serie di villaggi contadini. Tutto qui è rigoglioso. Praterie, campi di grano, giovani e vecchi che rincasano portando con sè la vanga o la falce. Nei pressi di un paesello di nome Vrang, vediamo il primo trattore da quando siamo in Tagikistan. Segno che forse l’economia qui va un po’ meglio. Ricominciamo a salire, ma solo qualche tornante e raggiungiamo Yamg. Qui Asath ci accompagna alla stazione termale, uno stabilimento costruito sfruttando la parete della roccia. Dobbiamo dividerci: Alessandra tra le donne. Io e Asath entriamo in uno spogliatoio umido. Sono un po’ stanco e malaticcio. Mi affaccio alla finestra e due metri sotto un fiume di montagna scorre violento verso valle, spruzzandomi in faccia goccioline gelate. Cerco di declinare, ma Asath, che parla male inglese, non capisce bene. Ed è una fortuna perché poco dopo capisco che mi sarei perso qualcosa.

Ci spostiamo in un’altra stanza, caldissima. Ci spogliamo completamente nudi. Insieme a noi ci sono un padre, un nonno e due bambini. In fondo, una vasca d’acqua vaporosa. Faccio come gli altri ed entro anche io nell’acqua bollente. Così bollente che ci metto qualche minuto a trovare la forza di immergermi completamente. E’ bellissimo. Di quattro pareti, una è la nuda roccia dalla quale sgorga la sorgente calda. Una goduria immensa. Scambio quattro chiacchiere con il nonno. Si fa per dire. Non parla una parola di inglese, ma ci prova. Ormai, dopo diversi giorni, ho perfezionato la mia comprensione dei gesti locali. E comunque Celentano si capisce sempre al volo. Il papà strofina energicamente le schiene dei suoi piccoli. Asath, dalla parte opposta alla mia, si rilassa.

Asath è una delle persone più discrete e silenziose che abbiamo mai conosciuto. Da quando siamo partiti siamo riusciti a parlare con lui soltanto di questioni pratiche. Orari, mangiare, lo stop per le foto. Per il resto è riservato e professionale, ma evita ogni approfondimento. Sembra che eviti di instaurare un rapporto. Un po’ ci dispiace non poter dialogare e imparare qualcosa da lui. Ma è un ottimo guidatore. Anche adesso, se ne sta li per conto suo. Poco dopo, quando usciamo dall’acqua, ha uno sbandamento e cade a terra per il calore. Cerco di aiutarlo, ma non vuole essere toccato. “Ok, ok.”, dice ridendo e lo lascio stare.

Un’oretta di macchina e arriviamo finalmente ad Ishkashim. Non vedremo molto di questa cittadina, nota per ospitare l’unico confine confine con l’Afghanistan attualmente aperto e attraversabile dai viaggiatori. E’ nota anche per il mercato afghano, che però purtroppo da due anni è chiuso per ragioni di sicurezza. Asath ci porta in un albergo vero. E’ quasi una settimana che non vediamo un Hotel decente (quello di Murghab era decente rispetto a una yurta, ma come hotel, possiamo dirlo, faceva schifo). Qui ci sono veri bagni. Vere docce. C’è la luce elettrica costante. I muri sembrano solidi, dritti e ben costruiti. Dormiamo il sonno dei giusti.

Il mattino dopo facciamo colazione, compriamo qualche regalo nello shop del proprietario dell’albergo e partiamo ricaricati. Sostiamo per qualche momento davanti al ponte sbarrato attraverso il quale non passeremo per andare in Afghanistan. Un soldato si innervosisce perché ci vede scattare foto. Lasciamo perdere e ripartiamo. Prossima tappa, la prima delle due città del Tagikistan che visiteremo, con un nome che fa pensare agli orchi, ma non è altro che una placida cittadina di montagna, anch’essa sul confine afghano: Korogh. Anche qui c’è un mercato afghano e non vediamo l’ora di visitarlo. 

PS: l’arrivo a Langar è stato così bello che invece di fotografarlo, me lo sono goduto. 

GIORNI 7 e 8: Korogh

Tagikistan Korogh Afghanistan

 

Ormai il viaggio è una discesa. Siamo arrivati a sud e anche in Tagikistan lo stereotipo del sud non tradisce. Fa più caldo. La gente è più distesa e calorosa, si avvicina per salutare, stringere la mano, scambiare due (impossibili) chiacchiere. Siamo a Korogh, città di montagna del sud. L’hotel è una Home Stay di lusso, potremmo dire. A gestione famigliare, ma in una bella casa, dotata di tutti i comfort, wi-fi e cortiletto con frigo pieno di birre e comodo divanetto per il te compresi. Decidiamo di fermarci due giorni perché comunque, nonostante il buon riposo di Ishkashim, il freddo e la sabbia respirati mi hanno portato sulla soglia della bronchite. Sono sotto antibiotico. Alessandra è esausta. Dobbiamo ammetterlo: siamo stanchi.

Korogh si dipana lungo una sola via principale. Se ne sta li a fondo valle, tra una montagna tagika e una afghana, con il Pyanj alla sua sinistra, le scuole che traboccano di studenti (il governo punta molto sull’istruzione) e una generale atmosfera di serenità. Un mercato cittadino traboccante e un confine con l’Afghanistan che però al momento è chiuso. Ed è chiuso anche il mercato afghano, con nostra profonda delusione. Non per motivi di sicurezza, ma perché sono in corso i preparativi per l’arrivo del Presidente che il 9 settembre sarà in città per le celebrazioni legate alla Festa dell’Indipendeza Tagika. Consigliamo almeno la lettura di Wikipedia per conoscere la figura di Emomali Rahmon, presidente tagiko presente in forma di ritratto in quasi tutte le attività pubbliche tagike e ovunque per la strada in grandi manifesti che lo vedono salutare la nazione circondato da prati e fiori. E’ al suo terzo mandato nonostante la legge tagika ne preveda solo due. Questo lascia intuire che qualcosa non quadra.

Per il resto, dopo qualche passeggiata in città, ci dedichiamo al riposo di cui abbiamo assoluto bisogno. La prima sera ci raggiunge Musa, fratello maggiore di Asath, colui che sarebbe dovuto essere il nostro driver. E’ simpatico, ha lo sguardo un po’ pazzo, ma è decisamente più chiacchierone. Ci conosciamo davanti a una birra nel cortile dell’ostello. Ci racconta dei tempi duri della guerra in Tagikistan dopo la caduta dell’Unione Sovietica (lui e Asath sono di etnia Kirghiza e oggi vivono a Osh, ma sono cresciuti entrambi a Murghab). Di quando non avevano altro che pane da mangiare. Ora porta a spasso i viaggiatori per il Pamir, come tutti gli uomini della sua famiglia. Ora si sta bene, dice. Non capiamo bene quale sia stato il suo contrattempo, visto che sta portando in giro una famiglia di australiani. Ma non indaghiamo. In fondo sta andando alla grande così. Abbiamo solo voglia di riposare e goderci il calore, climatico e umano, che si respira a Korogh.

GIORNO 9: Khala-i Khum

Siamo ormai alla fine. Khala-i Khum, altro paesone di montagna senza particolari attrattive, ci accoglie di sera dopo un lungo viaggio nella forma dell’Hotel Roma, un delizioso ostello che concentra la sua bellezza nell’area comune gremita di piante e impreziosita da un terrazzo che si affaccia sul fiume. Le stanze non sono memorabili. Anzi, noi abbiamo l’impressione che la nostra sia in realtà una guardiola adattata a camera. Forse perché c’è un monitor di sorveglianza, forse perché dormiamo su un divano letto, forse perché c’è una macchinetta del caffè ma senza caffè. Ma non importa. Ormai siamo nella fase di decompressione. La parte più dura è passata e stiamo scivolando lentamente di nuovo verso la civiltà. La mia bronchite mi affatica non poco e nove ore di viaggio su terra e polvere non hanno migliorato la situazione. Confido nell’antibiotico e nelle prossime dieci ore di sonno che non vedo l’ora di fare. Ceniamo sonnolenti insieme agli indonesiani, Asath e Musa che abbiamo ritrovato qui. Ma il sonno ci abbatte e ci chiudiamo in camera alle otto e mezza. Il mattino dopo partiremo per Dushanbe. La capitale. Ultima tappa prima del ritorno in Italia. 

Ma a Dushanbe, dove abbiamo passato gli ultimi rigeneranti quattro giorni di questo viaggio intenso, faticoso e sorprendente, dedicheremo magari un articolo a parte. Con l’arrivo nella capitale di rappresentanza presidenziale del Tagikistan, ci lasciamo alle spalle il tetto del mondo. Esausti, appagati, felici. 

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