Cimitero islamico

Kirghizistan: ai confini della tristezza

Il Kirghizistan è una terra difficilmente penetrabile. Chiusa, sfuggente, sofferente, malinconica. Una bellezza triste che può produrre effetti negativi sull’umore del viaggiatore.

Diciamolo subito: la prima settimana in Kirghizistan non è stata una passeggiata. Tanto per cominciare, ci siamo ammalati. Appena sbarcati a Bishkek, un bel mal di gola ha colpito entrambi, sfociando presto in tracheite nonostante le badilate di Oki e cortisone. Ci siamo trascinati in giro tra colpi di tosse, mal di testa e bruciori da farmaci e la cosa potrebbe aver influito sulla nostra percezione del luogo. Fatto sta che a sei giorni dal nostro arrivo, stiamo per lasciare il Kirghizistan e ancora non sappiamo dire di preciso che cosa non abbia funzionato tra noi e questa desolata landa dell’Asia Centrale.

Potrei riassumerlo così: il Kirghizistan ci ha messo addosso una grande tristezza. Non è una questione di empatia, quanto di contagio. Il Kirghizistan trasmette tristezza. Credo non sia un caso che l’istinto mi suggerisca di raccontare il Kirghizistan attraverso i sentimenti che ci sono cresciuti dentro giorno dopo giorno, prima ancora che attraverso le cose che ci sono successe. Ben poche a dire la verità. Se penso agli ultimi cinque giorni, li descriverei così: progressiva propensione all’inerzia, pigrizia quasi costante, riduzione oggettiva dell’entusiasmo e della motivazione. Non male, vero? Potete anche smettere di leggere ora. Lo capirei.

Eppure eravamo partiti con le migliori intenzioni, come sempre. E la prima uscita a Bishkek ci aveva sorpreso positivamente. Il taxi ci aveva lasciato di fronte alla piazza Ala-Too, nel quartiere centrale dei parchi. Un lungo vialone di palazzi governativi, teatri, ristoranti, piccoli centri commerciali. Ci eravamo concessi subito due grandi birre locali e un lauto pasto a base di “Manti” (dumplings) di carne, polpette e agnello arrosto in un bel pub all’interno del parco. E poi via un bel giro tra le statue, le aiuole, le famiglie, le coppiette, i bambini che corrono, i bambini nelle fontane. Dorature da tramonto sui profili dei palazzi. Aria mite. Senso di primavera. Non male questa ex Unione Sovietica, avevamo pensato tra un sonnellino sul bordo di una fontana e un gelatino (terrificante) consumato passeggiando. Un buon arrivo.

Bishkek Kirghizistan Dubovi Park
Bambini giocano nella fontana di Dubovi Park a Bishkek

Quella prima notte, forse per via del fuso, non sono riuscito a dormire, così mi sono alzato e sono uscito sull’ampio terrazzo della nostra camera per prendere aria e nel cortile attiguo a quello del nostro hotel ho visto una piccola pecorella legata ad un albero. Lei deve avermi percepito perché ha iniziato ad agitarsi. Le ho sussurrato qualche parolina: “piccola, che ci fai li. Piaceresti proprio ad Alessandra, domani vi faccio conoscere”. Una specie di San Francesco in mutande, ma cretino.

Festa del sacrificio 2018
Il truce spettacolo del mattino dopo

Comunque, il mattino dopo sveglio Alessandra, che è davvero un’appassionata del genere ovino, e le comunico la mia scoperta. Lei è ovviamente molto felice e ci precipitiamo insieme sul terrazzo per salutare la nostra nuova amica. Purtroppo la pecorella non c’è più. Al suo posto, un tappeto di pelle completamente disteso e al centro uno stomaco chiuso a sacco a raccogliere, probabilmente, le frattaglie. Non sono un macellaio, ma credo si faccia così. Di fianco, un enorme coltellaccio assassino. Con orrore, scopriamo così di essere arrivati in Khirghizistan nel giorno della Festa del Sacrificio. D’altra parte anche qui siamo in terra musulmana. E con questo piccolo trauma ha davvero inizio il nostro viaggio. 

Subito, nonostante le magnifiche cure del nostra albergatore Tilek, un ragazzo kirghizo di venticinque anni dal sorriso buono e dallo sguardo sveglio, la parabola ha iniziato a discendere. Ci siamo immersi in Bishkek con le migliori intenzioni. Siamo andati a vedere l’Osh Bazar, il mercato antico di Bishkek. Noi adoriamo i bazaar musulmani. Ne abbiamo visti tantissimi, dalla Turchia all’Iran, da Israele all’Oman, dall’Uzbekistan (Alessandra) all’Azerbaijan. Diversi tipi di Islam, ma stessa energia, vitalità, caos di merci, odori alimentari ed umani, colori, bizzarrie, calore umano. Anche qui c’è il caos, i vicoli, la merce, certo. Ma manca il fascino. O meglio, è un fascino triste. Il colore dominante è il grigio. Non scherzo. Non è nemmeno brutto tempo. C’è il sole. Eppure tutto sa di grigio. Un ragazzo mi costringe a cancellare una foto. Non lo faccio, ma gli faccio credere di averlo fatto. 

Capiamo che il problema, probabilmente, sono le persone. Che sono gentili e disponibili e fondamentalmente oneste. Ma sono chiuse, fredde, a volte scorbutiche e sembrano, anche quando si rivelano disponibili a fare quattro chiacchiere (lingua russa e Google translator permettendo) costantemente tristi. Non c’entra la povertà. Ne abbiamo vista tantissima, in lungo e in largo, sempre accompagnata, nel mondo islamico come in quello latino-americano, da una certa sorprendente carica umana. Sapete, il vecchio luogo comune. Ecco, qui non vale. Qui sembra di trovarsi davvero in quello stereotipo, che fino ad ora per noi era stato contraddetto dai fatti (in Uzbekistan, Georgia, Azerbaijan, così come nell’Est Europeo), che noi Italiani abbiamo sui paesi dell’Ex Unione Sovietica. L’interazione con le persone è difficile. Se facciamo eccezione per qualche musulmano praticante incontrato nei pressi della Moschea Centrale, la gente qui è poco curiosa. Non prende iniziativa, non offre aiuto. Non è una critica, solo un’osservazione. 

Una cosa va detta. A compensare la tristezza imperante, ci sono i bambini. Sono tanti, ovunque, giocano e sorridono sempre. Li trovi per strada, nei giardinetti diroccati tra i palazzi, alle prese con massicce altalene rugginose o a correre dietro un pallone. Se provi a fotografarli ingaggiano immediatamente qualche battaglia tra loro, per fare scena. E ci sono le donne, praticamente tutte belle nel loro miscuglio somatico, dolce compromesso tra la discrezione cinese e la fierezza degli zigomi russi. Gli uomini no. Hanno volti minacciosi, accigliati, sospettosi. A volte segnatissimi, dal lavoro o dall’alcol. A volte semplicemente sulla difensiva. 

Bambino kirghizo a bishkek
Bambino gioca in piazza Ala Too

Il resto della città che riusciamo a vedere è lo specchio di quella tristezza rassegnata che osserviamo nelle persone. Uno schema reticolato di strade malmesse, palazzoni sovietici sgarrupati, attività commerciali in lamiera ai bordi delle strade. Strade interne sterrate per la gioia del pollame scorrazzante. 

Così, dopo due giorni, decidiamo che può bastare. Saliamo su un vecchio trenino simile a quelli usati per la transiberiana e partiamo verso est. Destinazione Balykchy, lago Yssyk Kul. 

Al nostro arrivo ci sentiamo un po’ sollevati. L’atmosfera qui è diversa, forse non meno desolata, ma sicuramente più interessante. Ci infiliamo all’interno di un mercatino sovraffollato che sembra rimasto fermo a cinquant’anni fa. Troviamo un posto. Non saprei come definirlo. Forse una casa, forse un ristorante, forse tutte e due. Lo vediamo attraverso una porta aperta sulla strada che in realtà sembra più un’apertura nella lamiera. Entriamo, chiediamo a gesti se possiamo mangiare qualcosa. Una giovane donna bionda con un grembiule sporco, circondata da un esercito di bambini, ci invita a sederci e ci serve il piatto unico che viene servito a tutti: zuppa, pane e te. La zuppa è fredda e gli spaghetti gommosi bianchi e viscidi che contiene non riesco a capire che cosa siano. Ma tutto sommato è gustosa e io ho davvero una fame indecente. Una coppia di signori anziani ci offre un pezzo di pesca essiccata. I bambini ci stanno intorno, ci guardando, ci passano accanto per farsi vedere. E ridono, si accapigliano tra di loro. Sono dolcissimi. Chiediamo qualche consiglio per i prossimi spostamenti, paghiamo (il corrispondente di 70 centesimi di dollaro a testa) e ci infiliamo in un taxi. Abbiamo deciso di andare a Bokonbayevo, sul versante sud. Ci dicono che sia meno turistico di quello nord. Di sicuro qui a Balykchy lato ovest, di turistico non c’è proprio niente.

Arriviamo circa un’oretta dopo a Bokonbayevo. Ci fermiamo in un ristorante (uno vero, questa volta) per riposarci di nuovo. Siamo svegli dalle 5 del mattino. Ho la malcapitata idea di chiedere di alla cameriera se hanno un bagno. Mi spiega che il bagno è fuori e mi indica la strada. Una viuzza che costeggia il ristorante, molto frequentata da gente che va e viene. La seguo e finisco nel retro bottega, una rovinosa area sterrata piena di macerie. Al fondo si erge una struttura in legno alta tre metri, preceduta da un gabbiotto presidiato dalla tipica contadina Uzbeka: fazzoletto in testa, rughe spesse e un cartello scritto a penna: 5 som. Cioè 0,07 centesimi. Li pago, passo oltre ed entro. Nonostante, nel mio piccolo, abbia una discreta carriera di viaggi alle spalle, non avevo mai visto un cesso del genere. L’orrore totale. Una vera e propria latrina stile lager. Buchi nella terra, separati da assi di legno per creare un abitacolo fittizio. Senza porta. Una tempesta di mosche e insetti dappertutto. Ringrazio la tracheite e il catarro che in quel momento intensificavano il mio già cronico raffreddore. Alessandra, che ci ha provato poco dopo, ha rischiato di svenire. La gente lo usava come se nulla fosse. Torno indietro e imploro la cameriera di farmi utilizzare il loro bagno interno. Irremovibile, spietata. Non so se per “policy” (vi piace il termine “policy” usato in questo contesto?) o perché davvero non ne avevano uno. In ogni caso, rischio di entrare in uno psicodramma escrementizio. Quindi mangiamo alla veloce, ci fiondiamo sul primo taxi e raggiungiamo in breve uno Yurt Camp. Un campo di yurte gestito da nomadi kirghizi. E qui, si apre forse il capitolo migliore di questa prima settimana di viaggio. 

Prendiamo posto nella nostra Yurta. A guidarci è una giovane nomade che dimostra dodici anni, ma in realtà ne ha diciassette. Il campo è gestito da lei insieme alle sorelle, madri, zie. Sono tutte donne. Si contano una decina di Yurte posizionate di fronte al meraviglioso lago Yssik Kul. C’è un silenzio irreale rotto soltanto da qualche raffica di vento e dai suoni dei mestieri delle ragazze. Un tappeto sbattuto, un ordine impartito. Alle nostre spalle colline frastagliate di roccia sabbiosa. Davanti a noi la distesa d’acqua salata che, a tutti gli effetti, è un piccolo mare. Trovo subito un bagno decente e torno al mondo. 

Non è difficile ambientarsi qui. L’unico fastidio è la sabbia sottile che vola e si deposita ovunque, sicuramente anche nei polmoni. Non fa bene alla nostra tosse, ma che ci possiamo fare. Ci addormentiamo po’, poi andiamo a passeggiare sulla spiaggia, ci godiamo il tramonto e prima che sia sera ci ritroviamo a chiacchierare con una coppia di tedeschi e una di francesi davanti a una birra. Io e Alessandra siamo animali relazionali. La mancanza di confronto e calore umano ci stava spegnendo. Questi quattro ragazzi sono la nostra salvezza. 

Ci troviamo bene con loro e la serata prosegue con una cena dentro la grande yurta collettiva. Tutti seduti per terra. Ci viene servito dell’ottimo riso, pane, the, frutta e strani grissini di pasta fritta. Parliamo di milioni di argomenti diversi, ovviamente anche della situazione politica occidentale. Parliamo dell’Italia e di quello che sta succedendo. Loro sono molto reattivi, evidentemente si interrogano come noi e troviamo un qualche conforto nel condividere con altri europei la stessa inquietudine verso il populismo. Finiamo a ridere e scherzare fino a tardi, poi ci ritiriamo esausti. Non ci scambiamo numeri, né contatti Facebook. Un puro rapporto occasionale. Non è detto che si debba restare in contatto. Il bello del viaggio sono anche gli incontri di una sera. 

Il giorno dopo lo dedichiamo al riposo perché, diamine, continuiamo ad essere malaticci. Io, a dire il vero, mi sveglio prestissimo, come quasi sempre. Il giorno mi chiama alle 5:30 e ho la fortuna di vedere l’alba, che purtroppo non è sull’orizzonte del lago, ma è preceduta da un’aurora meravigliosa. Mi aggiro per una mezzoretta tra contemplazione, foto e video. Siamo solo io e una signora di indefinita provenienza nordeuropea con la sua reflex. Poi non riesco più a dormire. Qualche ora dopo Alessandra si sveglia e facciamo colazione insieme. Uova, the, pane e marmellata. Poi lei torna a dormire, io mi concedo ore e ore di relax sotto un gazebo di legno e paglia. Senza fare nulla. Scambiando qualche chiacchiera qui e là, sorseggiando te caldo, facendo foto, sonnecchiando. Ripartiamo la sera per Bishkek, non prima di aver visitato un mozzafiato cimitero islamico su un promontorio di fronte al lago che abbiamo scoperto per caso il giorno prima. Il nostro obiettivo è andare in aereoporto il giorno dopo e partire per Osh, sud del Kirghizistan. È li che dobbiamo incontrare il driver che abbiamo prenotato dall’Italia e che ci accompagnerà in Tagikistan lungo le meraviglie del Pamir. 

Perciò adesso sono qui seduto ad un tavolino e scrivo nel cortile esterno dell’albergo di Osh. Siamo arrivati ieri sera e a giudicare dalla vista aerea il territorio qui sembra promettere meraviglie. Me lo ha confermato un motociclista neozelandese con cui ho finito di chiacchierare cinque minuti fa. Abbiamo davvero bisogno di dissipare la piccola nube depressiva che il Kirghizistan, suo malgrado, ci ha creato intorno. 

Questa ovviamente è un’esperienza parziale, che tiene conto solo della capitale e dell’area di Yssyk Kul Lake. Manca Osh, che visiteremo stamattina e potrebbe cambiare il quadro generale.

Da questo pomeriggio non sapremo se e come potremo connetterci in Tagikistan durante il tragitto tra le montagne che dovrebbe portarci fino a 4600 metri di altitudine. Ci faremo comunque vivi, prima o poi. Se avete letto fin qui, grazie e complimenti per la tenacia, vi vogliamo bene. Siete i lettori ideali di Punto Magenta. 

 

 

 

Il bolide che ci porterà in Pamir (Tagikistan)
Il bolide che ci porterà in Pamir (Tagikistan)

 

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