Entrare in Iran via terra da Astara ad Astara

Il modo migliore è attraversare a piedi

Se decidete di entrare in Iran via Terra dall’Azerbaijan, il modo migliore è attraversare a piedi. In pullman può essere molto lungo e difficoltoso, per non dire problematico. Passare a piedi è senz’altro la via più pratica e fattibile. Il che non vuol dire che sia una passeggiata.

L’attraversamento doganale dalla Astara azera alla Astara iraniana è un’esperienza che porta con sé alcuni rischi e, soprattutto, può essere molto stancante. Quindi è bene sapere, prima di decidere di affrontarlo, che non è per tutti. Requisiti minimi: pazienza, nervi saldi, resistenza al calore (se attraversate d’estate) e un po’ di agilità. Se non vi ritenete in possesso di queste qualità, vi conviene raggiungere l’Iran in aereo, che non è di certo il modo più interessante, ma è di gran lunga quello più sicuro.

Attraversare il confine a piedi è stancante ma fattibile

Fatte le dovute premesse, non voglio però cedere all’allarmismo: il passaggio è, come ho detto, praticabile per chi sia dominato dal demone dell’avventura e a conti fatti sarà probabilmente una delle esperienze che in seguito ricorderete con più entusiasmo. Per noi è stato così e ci ha permesso di incontrare persone meravigliose che hanno impreziosito il nostro viaggio e con le quali siamo tuttora in contatto.

Quando arriverete al border, a meno che non parliate azero, avrete a che fare con un primo ostacolo, ovvio ma non da poco: la lingua. Nessuno parla inglese. Tutti cercheranno di parlare con voi, in maniera pacifica ma intrusiva, e voi non sarete in grado di capire che cosa vogliono.

Requisiti minimi: pazienza, nervi saldi, resistenza al calore (se attraversate d’estate) e un po’ di agilità.

Entrare in Iran a piedi da Astara ad Astara: la nostra esperienza

Ma andiamo con ordine.
Arriviamo al border verso le 9 di mattina dopo un viaggio di quasi dieci ore da Baku con un treno notte azero non esattamente confortevole. Appena scesi, ancora mezzi storditi dal sonno, veniamo subito “rapiti” da un tassista che ci carica su una Dacia berlina degli anni ‘80, decisamente vissuta. Ovviamente comunichiamo a gesti e cerchiamo di dissimulare l’inquietudine quando il nostro “driver” ingaggia una piccola gara di velocità con l’auto di un suo amico (nella foto) che per fortuna non dura più di qualche secondo.

Astara Dacia
Piccolo inseguimento scherzoso tra il nostro autista e il suo amico.

Ma non ci preoccupiamo troppo. Un po’ perché siamo stanchi, un po’ perché ormai abbiamo sviluppato un sesto senso per il pericolo e le nostre antenne non stanno captando bad vibes. Riusciamo, non so come, a spiegargli che abbiamo bisogno di prelevare, perché in Iran non potremo più farlo (gli sportelli automatici iraniani non funzionano con le carte straniere). Dobbiamo prelevare tutto il cash che possiamo. Facciamo sosta in banca. Fa già un caldo potente. Ritiriamo praticamente tutto quello che abbiamo e risaliamo in auto. In realtà siamo praticamente arrivati. Astara è una piccola cittadina di confine, strade strette e case basse, piccoli negozi, bestiame a piede libero e un piccolo dettaglio che segnerà il nostro primo approccio con i commercianti del luogo prima ancora di scendere dalla macchina: tutti, o quasi tutti, hanno in mano un sacco trasparente pieno di vestiti. Quando l’auto si ferma, un ragazzo si avvicina e il driver cerca di spiegarci qualcosa a gesti. Ovviamente non capiamo nulla, ma tutto fa pensare che stiano cercando di venderci dei vestiti. Considerando anche il fatto che il formato del prodotto non è precisamente attraente, decliniamo l’offerta.

Ma non è così semplice.

Scendiamo dall’auto, paghiamo il tassista, ed eccoci davanti al border di Astara. Una strada cieca che termina sotto una tettoia di metallo contro una cancellata di sbarre. Davanti alle sbarre saranno già ammassati due o trecento azeri delle campagne. Contadini in attesa forse già dalle prime ore dell’alba. Non esagero nel dire che non riusciamo a fare un passo senza che qualcuno cerchi di appiopparci questo sacco di vestiti. Continuiamo a dire di no a tutti, ma non mollano. Due ragazzi cercano di spiegarsi usando google translator, ma la traduzione è tremenda. A un certo punto un ragazzo particolarmente abile con i gesti riesce a trasmetterci un concetto che ci spiazza: non dobbiamo pagare. E allora che vogliono?

Si scatena l’inferno

Finalmente riusciamo a rendere chiaro a quasi tutti i commercianti dell’area che non ci accolleremo quel maledetto sacco di indumenti e ci mettiamo in coda sotto la tettoia tra gli ultimi contadini. Se coda si può chiamare. In realtà si tratta di una discreta folla di persone schiacciate contro la cancellata. Ci rendiamo conto che il passaggio non si risolverà in fretta. Iniziamo a innervosirci, l’assedio dei commercianti azeri e l’impossibilità di comunicare hanno portato allo stremo le nostre già ridotte energie. Ma questo è niente perché stiamo per avere un assaggio di quello che ci aspetta. Improvvisamente i contadini iniziano ad urlare. Il cancello si sta aprendo. Ma non tutto il cancello: soltanto una porta larga non piu di un metro e mezzo e alta due. L’area antistante si trasforma così in un imbuto infernale. La folla impazzisce, tutti vogliono passare, non importa che siano davanti, indietro o ai lati. Tutti ci provano. Vediamo ragazzi arrampicarsi su donne anziane, uomini scagliare valige di cartone in avanti sperando che qualche mano le faccia passare, qualcuno cade, tutti strillano e la tettoia di metallo amplifica e rimbalza i suoni, rendendoli ancora più inquietanti. Il tutto dura un paio di minuti, tre al massimo. Poi, inesorabile, la porta si richiude.

Entrare in Iran Via Terra
L’arrivo al confine*

Due minuti ogni due ore

Non riusciamo a credere a quello che abbiamo appena visto. Ricapitolando: siamo gli unici italiani, anzi gli unici europei nel circondario. Nessuno parla inglese. Siamo stanchi e poco lucidi e ci siamo appena resi conto che per passare il confine probabilmente moriremo schiacciati dalla folla. E’ vero, prima ho detto che l’attraversamento è fattibile, ma in quel momento ancora non lo sappiamo. Ce ne stiamo lì passivi, troppo distrutti psicologicamente per agire, mentre il caldo sale ed è impossibile non soffocare sotto la tettoia. Cerchiamo quindi di stare un po’ fuori, dove però il sole batte implacabile. L’acqua che compriamo ogni mezzora è brodo in dieci minuti. Ecco che la porta si riapre e di nuovo assistiamo alla scena raccapricciante di prima. Sembrano davvero tutti impazziti. Immaginate una mandria di buoi spaventata. Donne, vecchi, bambini: non c’è pietà per nessuno. L’unico obiettivo è passare, non importa a quale prezzo. Iniziamo a perdere le speranze, anche perché sono passate due ore. Se la porta si apre per due minuti ogni due ore, siamo spacciati, non passeremo prima di sera. Se siamo fortunati.

Siamo stanchi e poco lucidi e ci siamo appena resi conto che per passare il confine probabilmente moriremo schiacciati dalla folla.

Gli angeli custodi

Non vorrei sembrare melodrammatico, ma raramente ci siamo sentiti così smarriti e impotenti. Abbiamo iniziato a pensarle tutte. Persino di dormire ad Astara e ripartire il giorno dopo per Baku. Sarebbe stato un fallimento difficile da accettare, ma eravamo allo stremo delle forze, massacrati da un caldo atroce, spaventati a morte e per giunta consapevoli di dover continuare ad avere paura per un’altra infinità di ore. Voi che tenterete il passaggio dopo aver letto questo racconto, saprete ormai che per quanto scomodo, si può fare. Noi non lo sapevamo.

È all’apice dello sconforto che vediamo venirci incontro tra la gente quattro ragazzi. Nel mio ricordo avanzano al rallentatore circondati di luce eterea e splendenti di bellezza eroica. Si avvicinano a noi e ci parlano. In inglese. Non potete capire il sollievo nel sentire pronunciare: “Hello my friend, were are you from? Do you need help?”. A parlare è Cyrus. Un ragazzone alto con un’espressione fiera e dolce al tempo stesso. Con lui ci sono Hesam, bassino e con il sorriso sempre stampato in faccia e altri due ragazzi di cui purtroppo non ricordiamo i nomi. “Yes, we need help, please” rispondiamo esausti. Ci spiegano che sono tutti iraniani, di ritorno da una vacanza in Azerbaijan. Di non preoccuparci perché non c’è niente da temere. Adesso ci aiuteranno loro. Non sappiamo chi sono, non li abbiamo mai visti prima ma sappiamo che ci salveranno.

Tutto è semplice se sai come farlo

Dopo averci comprato dell’acqua fresca, Cyrus ci spiega che da quel momento in avanti a noi ci penseranno loro. Ho già parlato in un altro racconto di quanto l’ospitalità iraniana possa essere incredibile. Potete leggerlo o rileggerlo qui. Ma in quel momento ancora non ne siamo consapevoli. L’ospitalità di Cyrus ed Hesam in particolare, che ritroveremo a Teheran qualche giorno dopo, toccherà livelli di attenzione e premurosità degni di un’ italica mamma meridionale.

Ma torniamo ad Astara. I quattro ragazzi sono molto simpatici e ci risollevano il morale. Scherziamo, ci raccontiamo le nostre vite. Ci sentiamo protetti, ora, e molto più fiduciosi. Ci spiegano come andranno le cose: adesso parleranno con la polizia azera, la corromperanno e così tutti e sei avanzeremo nella fila. Ovviamente non ci sarà permesso sborsare un centesimo, siamo ospiti loro. Lo dicono con una tale sicurezza da farcelo sembrare perfettamente normale. E probabilmente in quel contesto lo è. Due di loro si allontanano cinque minuti e quando tornano è “tutto sistemato”, dicono. Hanno versato al poliziotto l’equivalente di 10 euro a testa. Pochi minuti dopo il poliziotto arriva e fa sgombrare alcuni contadini dall’ala destra del capannone. I contadini eseguono malvolentieri, ne nasce una piccola lite, ma è il poliziotto ad avere la meglio. Arrivano anche un paio di colleghi che montano delle transenne, formando un piccolo corridoio. Ecco la nostra corsia preferenziale. Ci fanno cenno di procedere. Di colpo siamo davanti al cancello, primi della fila. I contadini ci guardano molto male. Ci sentiamo un po’ in colpa ma anche gonfi di riconoscenza verso i nostri nuovi amici, vorremmo soltanto abbracciarli. Ma capiamo subito che non è ancora esattamente rosa e fiori.

Il business dei vestiti

Siamo in testa ora, è vero. Ma siamo nel cuore caldo del capannone. Ci saranno almeno cinquanta gradi. La folla nel frattempo è cresciuta e stiamo grondando di sudore da fermi. È una sauna, non si respira. In più siamo a destra della porta e separati dalle transenne. Questo significa che quando partirà il delirio ci troveremo a dover scavalcare per infilarci e la prospettiva non è delle più entusiasmanti.

Un uomo si avvicina al di là della transenna e per l’ennesima volta ci vediamo proporre il sacco di vestiti. A quel punto chiediamo a Cyrus se sa che cosa vogliono da noi. Ci spiega che non vogliono nulla. Ci stanno offrendo un lavoro da corrieri: vogliono solo che portiamo i vestiti oltre il confine. Dall’altra parte qualcuno verrà a “ritirarli” e ci pagherà per il disturbo. Se non vogliamo farlo, però, nessun problema. Ovviamente scegliamo di non farlo. Scopriremo solo una volta tornati in Italia che si tratta di un commercio perfettamente legale. Mi viene in mente, non avendolo fatto prima, di chiedere a Cyrus se hanno già passato il confine prima. “Si ma non a piedi”, mi risponde. Siamo di nuovo nervosi.

Ci spiegano come andranno le cose: adesso parleranno con la polizia azera, la corromperanno e così tutti e sei avanzeremo nella fila.

Il passaggio

Dopo un’ora e mezza circa, quando siamo nuovamente allo stremo delle forze e quasi disidratati, vediamo due poliziotti avvicinarsi al cancello dall’altra parte. “Preparati” mi dice Hesam. Io e Alessandra ci guardiamo e stringiamo le nostre valigie. La porta si apre. “Go go go!” grida Hesam e già sento alla mia sinistra il mare della folla che spinge. Vedo la gente volare. Se fossimo a un concerto quello del ragazzo che ha letteralmente messo i piedi in faccia a una vecchia contadina sarebbe crowd surfing. Invece siamo al border di Astara ed è solo mors tua vita mea. Mi lancio sulla transenna, Hesam mi passa la valigia, Alessandra fa lo stesso ma scivola, la aiuto a rialzarsi, provo ad aiutare anche Hesam che mi urla di fottermene e di correre. Cyrus e l’altro ragazzo sono già passati, io e Alessandra ci infiliamo in uno spiraglio insieme ad altri rischiando di rimanere incastrati, lancio avanti la valigia e Cyrus mi afferra la mano e tira prima me e poi Alessandra e la sua valigia. Perché in tutto questo, si: siamo riusciti a presentarci al border di Astara con due trolley. Comunque chissenefrega, siamo passati. Anche Hesam, caracollando dietro di noi, ce la fa. L’altro loro amico, invece, resta bloccato. Dovrà aspettare il prossimo giro. Ci tremano le gambe. Ci tocchiamo per essere sicuri di essere interi. Scoppiamo a ridere come se fossimo scampati a un’onda anomala di dieci metri. L’adrenalina ci percorre tutto il corpo.

Entrare in Iran da Astara
Un momento del passaggio.*
Entrare in Iran via terra a piedi
La gente accalcata aspetta l’apertura della porta.*

Non lasciatevi spaventare da questo racconto

Questo è l’attraversamento a piedi del confine tra Azerbaijan e Iran. Per raggiungere gli uffici doganali e passare tutti i controlli trascorreranno altre due o tre ore. In totale, alla fine, toccheremo il suolo iraniano otto ore dopo il nostro arrivo al confine. Passeremo tutto il resto tempo con i nostri nuovi amici iraniani, parlando di qualunque cosa, dal cinema internazionale alla situazione politica del loro Paese, ormai leggeri e vagamente euforici. Saranno loro a metterci su un taxi per la nostra prima meta iraniana: Ardabil.

In definitiva, come ho detto all’inizio, il passaggio è fattibile, ma bisogna avere pazienza, nervi saldi, resistenza al calore e un po’ di agilità. Mi rendo conto che questo racconto non sia esattamente rassicurante, ma dovete tener conto del fatto che quando lo abbiamo fatto noi, nessuno ci aveva spiegato nulla. Dovessimo rifarlo oggi, sapremmo come comportarci e speriamo che la nostra esperienza possa aiutare qualcuno ad arrivare preparato. Tenete a mente che gli azeri sono pacifici e assolutamente innocui. Al massimo un po’ molesti con la faccenda dei vestiti. Se avrete fortuna come noi, troverete qualche iraniano al rimpatrio. Una cosa è certa: chi trova un iraniano, trova un tesoro.

*Presi dalla difficoltà del momento, abbiamo purtroppo dimenticato di scattare foto. Le immagini del passaggio sono tratte dai seguenti siti, che ringraziamo: thewanderingscot.com, stevieonthemove.com.

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