Cisgiordania

Nel 2015 in Cisgiordania abbiamo passato una notte a Nablus durante un attacco israeliano

La tensione in quei giorni si tagliava con il coltello. Il 1 ottobre – eravamo in Israele da pochi giorni – una coppia di coloni israeliani in macchina insieme ai quattro figli era stata uccisa proprio a Nablus a colpi di arma da fuoco esplosi da un’auto palestinese che li aveva affiancati. Tutti sapevano che la reazione dell’esercito israeliano non si sarebbe fatta attendere.

Inizialmente i nostri piani erano diversi. Dopo Tel Aviv e Gerusalemme, fissate come tappe iniziali del viaggio, avevamo in mente di partire per la Giordania e visitare Petra e i suoi famosi monumenti, evitando le zone più calde del conflitto. Un giro classico, di sicura meraviglia, ma più che altro sicuro.

Dal momento in cui mettiamo piede a Gerusalemme, però, qualcosa nel nostro progetto smette di quadrare. Camminare per i vicoli della città vecchia, attraversare i check point avanti e indietro, i soldati a ogni angolo di strada. Tutto a Gerusalemme sa di allerta, di pericolo, di guerra.

Difficile fare finta di niente.

Il secondo giorno, mentre ci troviamo in un altro punto della città, un ragazzo palestinese decide di accoltellare un ebreo ortodosso davanti alla Porta di Damasco e viene ammazzato dai soldati dopo un inseguimento per gli stessi vicoli che avevamo percorso il giorno prima. Paradossalmente smettiamo di avere paura. Forse perché il ciclone spaventa meno nel suo occhio che visto da fuori. Inizia invece a sembrarci del tutto sbagliata l’idea di trovarci in una parte di mondo dilaniata da settant’anni di guerra e passare facendo finta di niente. I vicoli di Gerusalemme vecchia possono fare questo effetto. Forse non a tutti. Capisco bene che si possa visitare Israele anche  prescindendo dalla West Bank. Ma a noi, in poche ore, fu del tutto chiaro che il viaggio avrebbe preso un’altra piega.

Il muro.

Cisgiordania
Il muro tra Gerusalemme e Ramallah

Il giorno dopo saliamo su un bus per raggiungere Ramallah, l’attuale capitale de facto dello Stato Palestinese. Per farlo si compie un tragitto che in condizioni normali durerebbe circa venti minuti, ma nei fatti arriva a durare quasi due ore. Si tratta di attraversare il muro che separa lo Stato di Israele dai territori della Cisgiordania. Si passa attraverso un Check Point dove i controlli sono molto rigidi e generano una coda perenne di veicoli in attesa. Per i palestinesi che fanno avanti e indietro ogni giorno per lavorare in Israele, il passaggio può diventare un calvario lungo anche quattro o cinque ore. Nonostante i permessi di lavoro pagati a caro prezzo, i soldati israeliani possono trattenere o respingere chiunque, senza spiegare ragioni. E lo fanno sistematicamente.

Paradossalmente smettiamo di avere paura. Forse perché il ciclone spaventa meno nel suo occhio che visto da fuori.

Avere un passaporto italiano garantisce libera circolazione. Al check point tutti i passeggeri vengono fatti scendere. Conosciamo un anziano signore che ci spiega come stanno le cose. In pratica, non sa se lo faranno passare o no. Ogni volta è una scommessa, ci si prova e si prega che tutto vada bene. Ci mettiamo in fila con gli altri passeggeri, siamo gli unici stranieri. I soldati lasciano passare alcuni e fermano altri. Noi ovviamente passiamo senza problemi, altri rimangono indietro. Ci fanno risalire sul bus, aspettiamo che tutti gli autorizzati riprendano posto, mentre gli altri restano a terra. La prima cosa evidente, quando il pullman riparte lasciandosi poco a poco alle spalle il terribile serpente di cemento sormontato dal filo spinato, è che il muro prima di ogni altra cosa segna una demarcazione fondamentale: quella tra il benessere e la povertà.

Benvenuti in Palestina.

Cisgiordania, Palestina
Il mercato di Ramallah

La strada verso Ramallah da il benvenuto in Palestina. E’ come varcare una porta dimensionale. Sembra impossibile che pochi metri di distanza possano segnare una differenza così abissale. Qui tutto appare spoglio, rovinato, un po’ sporco, cadente o meglio fatiscente. Disordinato, caotico. In una parola, povero. Scendiamo alla stazione dei pullman e iniziamo a camminare per la via principale. Tutti ci guardano e io non mi sento tranquillo. Alessandra si copre la testa.

In realtà, dopo pochi minuti mi renderò conto che la mia preoccupazione è del tutto ingiustificata. Ci guardano, si, perché a Ramallah il turismo non è molto frequente, ma non abbiamo motivo di temere nulla. Dobbiamo solo abituarci al caos di automobili e passanti, di vetrine colorate, di frutta in mezzo alla strada, di cianfrusaglie, di caffé preparato da ambulanti agli angoli degli incroci e di vecchi bar per soli uomini. Il tipico caos degli arabi.

Io sono sempre il più lento ad ambientarmi e quando Alessandra freme per entrare e curiosare tra i tavoli di vecchi palestinesi che giocano a un gioco sconosciuto, io cerco di dissuaderla perché mi sembra una cosa vietatissima. E infatti lo è. Ma i palestinesi, ancora non lo sappiamo, sono gente ospitale e di cuore. Uno di loro, un anziano signore, coglie la nostra curiosità e ci invita ad entrare. Anche Alessandra? Si, anche lei. Ci avviciniamo e scambiamo qualche parola. Ci chiede se vogliamo imparare il suo gioco di carte e vuole sapere da dove veniamo, se siamo sposati, la nostra età. Dice che siamo turisti e quindi Alessandra può stare. Poi ci fa portare un té. Ci sentiamo accolti e quindi felici. L’accoglienza genera sempre felicità. Questa accoglienza palestinese che sperimenteremo più volte durante il viaggio, sarà determinante quando arriveremo a Nablus.

Cisgiordania

Usciamo dal locale finalmente rilassati e ci inoltriamo in un grande mercato. Le persone ci salutano, ci offrono assaggi. Non importa che compriamo, semplicemente vogliono farci sentire a casa. Piano piano si fa sera, mangiamo del kebab in un ristorante e poi torniamo verso la stazione dei pullman attraversando le strade umide invase dai resti del mercato. Il ritorno è un po’ più svelto, anche se l’ispezione sul bus al check point, con tanto di mitra, non manca. Attimi di panico perché io o Alessandra, non ricordo bene, non troviamo il visto, ma poi spunta fuori. Il soldato israeliano vuole sapere se siamo sposati. Diciamo di si. Arriviamo in albergo gonfi di emozione. Decidiamo definitivamente che non andremo a Petra. Resteremo in Cisgiordania.

Una notte a Nablus.

Prima o poi racconterò tutto il resto del viaggio. Di quando il giorno dopo abbiamo conosciuto Basim, un tassista di trentacinque anni che ci ha accompagnati in un fantastico giro della Cisgiordania. A Betlemme (dove tra l’altro si trovano diverse opere di Banksy). A Gerico in uno dei luoghi più caldi della Terra. A Hebron, forse la città più straziata dalla guerra, l’unica in cui la colonia israeliana si è stanziata all’interno della città stessa, spaccandola a metà. Di quando abbiamo incontrato la processione di auto delle famiglie in coda per riabbracciare i familiari appena liberati da Israele dopo dieci, quindici anni di carcere. Del pranzo imbarazzante che Basim ci ha offerto a casa sua, davanti alla moglie, al padre, ai figli che ci guardavano mangiare, perché si usa così. Sarebbe bellissimo raccontarlo, ma magari la prossima volta. Questa volta andiamo direttamente a Nablus, alla fine del viaggio. L’ultima notte in Palestina.

Cisgiordania
Gerico.

Ci sentiamo accolti e quindi felici. L’accoglienza genera sempre felicità.

Potremmo definirlo un fuori programma nel fuori programma. Ci eravamo chiesti se fosse il caso di andare o no a Nablus. Per tutto il viaggio non avevamo fatto che leggere on line dell’omicidio dei due coloni israeliani proprio in quella città. La rappresaglia era attesa a breve, probabilmente proprio quel fine settimana. Ma ormai eravamo in ballo e dovevamo ballare. D’altra parte si trattava di un breve giro pomeridiano, prima di tornare a Gerusalemme la sera stessa e quindi l’indomani a Tel Aviv per un ultimo bagno prima di ripartire per l’Italia.

Ci mettiamo in viaggio da Betlemme, a sud di Gerusalemme per raggiungere Nablus, a Nord. Circa un’oretta. Prendiamo un pulmino collettivo, poco più di un furgone e dopo qualche minuto ci accorgiamo che i nostri compagni di viaggio, tutti uomini, sono un gruppo, si conoscono tutti e scherzano tra loro. Iniziamo a comunicare con loro anche se non sanno l’inglese. Anzi, iniziano loro. Tanto per cambiare vogliono sapere se siamo sposati. Ci esprimiamo a gesti e qualcosa riusciamo a capire. Soprattutto capiamo la cosa più inquietante: sono poliziotti palestinesi in licenza. A quel punto, noto che Alessandra ha paura.

Se ha paura Alessandra è un casino. Perché vuol dire che c’è un valido motivo. Il valido motivo in questo caso è che siamo un bersaglio. O almeno in quel momento ci sembra che non possa che essere così. Poliziotti palestinesi. Quale obiettivo migliore per una carneficina? Non sapremo mai se il nostro timore fosse giustificato o pura fantasia, ma in quel momento ci sentiamo morire dentro. Alessandra smette di parlare. Io continuo a cianciare con i ragazzi, per non tremare. Passiamo un posto di blocco israeliano. Non succede nulla, ma quando hai paura è tutto un incubo. Quando arriviamo a Nablus sentiamo il desiderio di baciare la terra.

Soprattutto capiamo la cosa più inquietante: sono poliziotti palestinesi in licenza. A quel punto, noto che Alessandra ha paura.

Cisgiordania
Nablus.

Come molte città palestinesi, anche Nablus è costruita su una montagna. Non molto alta, ma pur sempre montagna. Ci mettiamo a passeggiare e raggiungiamo presto una delle vie principali. La nostra attenzione viene colpita da numerosi manifesti che ritraggono soldati armati. Sono in arabo e non riusciamo a capirne il significato. La città sembra tranquilla e più curata di Ramallah, forse anche perché siamo in centro. Il nostro piano è semplice: capire subito come raggiungere il check point per rientrare a Gerusalemme e poi dedicare un paio d’ore alla visita della città.

Per chiedere informazioni scegliamo una piccola agenzia di cambio. Ci apre un signore sulla sessantina di cui non ricordo il nome e mi dispiace molto. Lo chiamerò Alì per comodità. E’ molto gentile e notiamo subito modi e aspetto piuttosto raffinati. Parla inglese perfettamente. Quando gli chiediamo gli orari dei bus per raggiungere Qalqilia (il check point più vicino) ci risponde: “Oggi”? Gli diciamo che si, dovremmo rientrare entro sera. Con molta calma, senza allarmarci, Alì ci invita a sederci e ci prepara un te. Ci dice che potrebbe essere difficile, ma farà un paio di chiamate. E le fa. Potrebbe esserci qualcuno disponibile, ma è già tardi… Dovrà fare altre chiamate. Noi non capiamo. Non è così tardi, avevamo letto che i bus viaggiano fino a una certa ora. Finalmente Alì ci spiega che essendo sabato i normali pullman non ci sono, ma un suo amico può portarci a Qalqilia per un buon prezzo. Sempre che si possa.

Quel sempre che si possa ci suona male. Che significa? Ma Alì resta sul vago. Si siede con noi. Ci chiede chi siamo, che cosa facciamo nella vita. E’ l’unico a non chiederci se siamo sposati. Sembra disponibile e gli chiediamo della guerra. Ci dice quello che ci hanno detto tutti i palestinesi: la Cisgiordania è una prigione a cielo aperto. Israele sta cercando di prendersi tutto il territorio, non soltanto quello che gli era stato dato e quello che ha conquistato dopo le guerre. Le colonie illegali sono finanziate e sostenute dallo stato, protette dall’esercito. Ci racconta che l’omicidio dei due coloni, qualche giorno prima era una risposta. A cosa?, chiediamo. Tre mesi prima, ci racconta, gli israeliani hanno dato fuoco a una casa di palestinesi, uccidendo padre, madre e un neonato di pochi mesi. Per questo i due coloni sono stati uccisi, padre e madre, ma i bambini non sono stati toccati. E’ un messaggio. Vuol dire: gli animali siete voi. Noi i bambini non li ammazziamo.

Con molta calma, senza allarmarci, Alì ci invita a sederci e ci prepara un te. Ci dice che potrebbe essere difficile, ma farà un paio di chiamate.

Ma Alì va oltre. Inizia a raccontarci la sua vita. Dice di aver combattuto al fianco di Arafat. Di aver vissuto molti anni a Londra e di avere il passaporto britannico. La sua salvezza, perché con un passaporto britannico gli israeliani non gli faranno mai nulla. Dice di essere stanco di questa violenza e dei soprusi e ci racconta di quanto i palestinesi siano stati ingenui sbagliando tutte le mosse, fin dall’inizio. Ci parla di suo fratello ucciso dagli israeliani. Ammette che di questa situazione di oppressione è responsabile in primo luogo la Palestina, anche se nessuno merita le umiliazioni che Israele infligge ogni giorno. L’incendio dei terreni per renderli incoltivabili, le violenze nei campi profughi, gli stupri, i rapimenti, la distruzione delle case di presunti terroristi senza prove, le attese insensate ai check point nonostante i permessi. Alì combatte da una vita e pur essendo tra i pochi palestinesi benestanti e “intoccabili” ammette di essere stanco.

A un tratto squilla il telefono. Alì risponde. Non dice quasi nulla, annuisce seriosamente. Riattacca, torna da noi e ci spiega che purtroppo non potremo partire. La città è chiusa. Noi non capiamo. In che senso è chiusa? Chiusa. E’ impossibile lasciare la città. Questa notte attaccheranno. Non riusciamo a crederci, continuiamo stupidamente a chiedere conferma. Quindi non c’è modo? Possiamo anche pagare di più. Ma non è una questione di soldi. E’ che proprio non si può uscire. Questa notte l’esercito israeliano entrerà a Nablus.

A quel punto Alì chiude l’agenzia, ci carica sulla sua macchina e ci porta in una zona sicura, dove è certo che non ci saranno scontri. Un’area periferica dove suoi amici hanno appena aperto un lussuoso hotel. Per venti euro a notte dormiremo in una stanza da sogno. Una stanza dalla quale, nella notte, seguiremo l’attacco in tv. Ci basterà abbassare il volume per sentire gli spari in lontananza. E per sentirci così al sicuro, eppure così in colpa.

Il mattino dopo i primi bilanci parlano di un morto e quattrocento feriti. Li leggiamo su internet facendo colazione. Noi non riusciamo a credere di aver sfiorato un attacco così da vicino. Non siamo reporter, giornalisti d’assalto. Siamo viaggiatori curiosi, desiderosi di capire. Impressionabili. Ci sentiamo storditi e persiste quel piccolo senso di colpa per aver dormito al caldo, lussuosamente, per due lire, mentre fuori volavano le pallottole. Alì passa a salutarci e ci conferma che la situazione è pesante. Per di più chiamare un taxi per raggiungere il Qalqilia è un impresa. Hanno tutti paura di essere attaccati dai coloni o dai soldati lungo la strada.

Ma non è una questione di soldi. E’ che proprio non si può uscire. Questa notte l’esercito israeliano entrerà a Nablus.

Alla fine ne troviamo uno. Carica le nostre valige in tutta fretta e parte senza dire una parola. Esce dalla città, vediamo la sua espressione contratta nel retrovisore. Avanza a non più di cinquanta chilometri orari, lo percepiamo titubante, spaventato. Dopo una mezzora veniamo fermati da due soldati che ci chiedono dove andiamo. Quando il tassista risponde “Tel Aviv”, il soldato fa per aggredirlo ma lui inizia ad urlare indicandoci e gesticolando, per dire “non io! Loro!”. Noi mostriamo i passaporti, il soldato ci chiede da dove veniamo. “Italia”. Possiamo andare.

Cisgiordania
Il muro a Qalqilya

 

 

 

 

Allora il tassista riparte e caccia un urlo per scaricare la tensione e incomincia a ridere mentre il tachimetro sfiora i cento all’ora. L’ha scampata. Arrivati a Qalqilia ci molla a cento metri dal check point, prende i soldi e scappa. Letteralmente scappa.

Noi ci guardiamo intorno e poi trasciniamo i nostri trolley piano piano lungo la salita, costeggiando una rete. Oltre la rete un lungo campo a cui torneremo con la mente giorni dopo, quando leggeremo la notizia del bambino palestinese di sei anni ucciso da un colone israeliano con un colpo di pistola alla pancia. Sempre oltre la rete come noi, due operai salgono verso il check point. Tenteranno di passare, ma verranno respinti, nonostante il permesso di lavoro.

Noi arriviamo davanti al soldato. Porgiamo i passaporti. Lui ci chiede da dove veniamo. “Da Nablus”. “Nablus?” “Yes.” Sfoglia i nostri libretti e poi, incredulo: “Why?”. “Holydays”. “Holydays?”. “Yes”. Il soldato si allontana per i controlli e ci lascia qualche minuto a cuocere al sole. Speriamo di non finire in uno di quei carceri per turisti di cui abbiamo letto prima di partire. Ma il soldato torna, ci rida i passaporti e indicandoci il corridoio metallico dice solamente: “Ok, go”.

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