Oman Wadi Shab

Oman: il paradiso sociale di Qaboos

Oman: il paradiso sociale di Qaboos

L’Islam pacifico e tollerante esiste e ha trovato in Oman la sua realizzazione.

Sanare i conti dello Stato con i soldi del petrolio.

Ed eccoci qui, ospiti unici di questo immenso hotel di lusso in bassa stagione (sempre siano lodate le offertacce su booking). Padroni assoluti della piscina che si rovescia direttamente nello Stretto di Hormuz, tra mare Arabico e Golfo Persico. Di fronte a noi, oltre i dhow (imbarcazioni tradizionali) che battono lo stretto, da qualche parte, l’Iran.

Alessandra sonnecchia e io come sempre no. E come in ogni momento di calma e solitudine non riesco a fare a meno di scrivere. La cosa più lampante di questi primi quattro giorni di Oman é che ci troviamo in un paese ricco. Non ricco come l’Arabia Saudita, ma decisamente benestante. Non solo in teoria, ma anche in pratica, visto che il sultano Qaboos dal ’70 in avanti ha trasferito i ricavi del petrolio dall’esercito alla cosa pubblica. Non c’é disoccupazione, non c’é criminalità, il rial omanita vale più del doppio dell’euro. 2 milioni e mezzo di persone in un territorio poco più grande dell’Italia.

Un Islam pacifico e tollerante.

In Oman, Alessandra non deve coprire il capo, può vestirsi più o meno come vuole, non dobbiamo trattenerci se ci scappa un bacio. Gli omaniti, di corrente ibadita (vicini agli sciiti ma ancora più pacifici), sembrano toccati da un’innata eleganza, non ti squadrano quando passi per la strada, non sono incuriositi. Hanno modi estremamente gentili, ma non sembrano colpiti dalla nostra presenza come invece ci è capitato altrove. Si portano addosso una specie di nobiltà discreta, da vecchi imperialisti coloniali quali furono, che risalta soprattutto in rapporto alla classe povera del Paese: gli immigrati da India, Pakistan, Bangladesh. Che come i nostri immigrati, fanno i lavori che gli omaniti non farebbero mai.

Questa indifferenza verso i turisti supera, emotivamente, l’impatto visivo dell’abisso culturale che ci separa da loro. Li fa sembrare paradossalmente più simili a noi e toglie un po’ di densità umana a cui gli altri islamici a noi noti (curdi, palestinesi, iraniani) , ci avevano abituati. Perché forse, poi, non è così un luogo comune che il dissesto politico, la povertà, le tragedie collettive, rendano gli uomini più amorevoli verso gli altri uomini, più attenti alle cose che contano, più vicini tra loro. Così ci abituiamo al fatto che la meraviglia di questo viaggio potrebbe stare più nello splendore della natura che delle persone. Se si capisce in che senso lo dico.

Una natura di bellezza soverchiante.

Ieri, per esempio, quella che doveva essere una semplice visita ad un’oasi, si è trasformata in un’escursione non prevista all’interno di un canyon giurassico mozzafiato: il Wadi Shab. Abbiamo passato un guado con una barchetta. Ci siamo tuffati nel fiume dalle rocce, abbiamo rischiato di scivolare mille volte nei crepacci, abbiamo nuotato fino allo sfinimento per raggiungere una cascata in una grotta sotterranea. Abbiamo rischiato le punture dei calabroni, Alessandra si è tagliata due dita del piede e io per i crampi a momenti finivo affogato. Il tutto in compagnia di una giovanissima guida omanita che ci ha salvati in più occasioni e di un anziano giornalista tunisino. E proprio non ci aspettavamo una cosa come questa, ma è stato pazzesco. Una natura colossale, di bellezza soverchiante. In fondo, non aspettarsi niente, è sempre la miglior cosa.

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