Baku, il fascino delle pipelines

Ma che ci andate a fare?

“Baku? Che ci andate a fare, non potete fare un viaggio NORMALE?” è la frase che ci siamo sentiti rivolgere più spesso prima di partire.

Trovo già abbastanza deludente il fatto di sapere che tra miliardi di galassie esistenti non ne vedrò mai neanche una, figuriamoci se posso accettare di non vedere almeno questo piccolo mondo più che posso, finché posso, visto che più di questo non posso.

Che ci andiamo a fare.

La risposta alla domanda di cui sopra mi è venuta in mente qualche ora fa, quando siamo arrivati su questa spiaggia nei sobborghi di Baku, al tramonto, dove diverse famiglie si stavano godendo la domenica sera tra gli ultimi bagni prima della notte, grigliando e rincorrendo i bambini per asciugarli. C’era un clima leggero, di festa popolare, di picnic, del tutto simile a una qualsiasi domenica di agosto, in qualsiasi altra città di mare in cui sia estate in questo momento dell’anno. Solo che c’è un dettaglio: siamo in Azerbaijan, uno dei paesi più ricchi di petrolio al mondo.

Trovo già abbastanza deludente il fatto di sapere che tra miliardi di galassie esistenti non ne vedrò mai neanche una, figuriamoci se posso accettare di non vedere almeno questo piccolo mondo più che posso, finche’ posso, visto che più di questo non posso.

Mentre noi guardiamo questa scena soverchiante, pochi chilometri di fronte a noi, in mezzo al mar Caspio, le piattaforme pompano una fetta fondamentale dell’economia mondiale, il fluido che nutre e ammazza il pianeta, finché non finirà, dicono molto presto. Ma i bambini qui giocano in acqua, le mamme li sgridano, i padri arrostiscono l’agnello ed è tutto normale mentre la pipeline pompa il petrolio verso la Georgia.

La normalità degli altri.

Per noi no, per noi è surreale trovarci qui su questa fetta di sabbia a metà tra l’oro nero e la luna azera appena spuntata, in mezzo alla gente povera delle campagne, che fa festa e si rilassa in una sera d’agosto. Ed è innegabile che sia anche bellissimo. Così mi è venuto in mente, e l’ho detto ad Alessandra, che il perché veniamo qui in questi posti che in Italia tutti si chiedono “ma perché?” è questo: ci veniamo per vedere com’è fatta la normalità degli altri. Non sono viaggi normali ma sono viaggi nella normalità. Perché le normalità del mondo, come le stelle, sono milioni di milioni e quando ne incontri una nuova, tanto simile e tanto diversa dalla tua, è un brivido che fa la vita più degna.

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