Palestina campo profughi

Israele e Palestina: un piccolo ripasso per orientarsi nel conflitto.

E alla fine siamo tornati a casa sani e salvi, sfiorando di poche centinaia di metri gli scontri a Gerusalemme e Nablus di questi giorni. E’ stato un viaggio incredibile. In questi giorni Alessandra ed io non abbiamo soltanto vissuto fianco a fianco con chi vive il conflitto sulla propria pelle da quando è nato. Abbiamo anche letto, tantissimo, per colmare quanto possibile le enormi lacune storiche che in tantissimi qui da noi abbiamo sulla Guerra in Medioriente.
Ora sappiamo poco di più, ma abbastanza per orientarci da profani con una qualche cognizione.

Che cosa abbiamo imparato.

Abbiamo (ri)studiato in tempo record la storia del popolo ebraico. La storia del sionismo. La storia della famiglia Rotschild, molto importante. La storia del territorio palestinese dai primi insediamenti a oggi. Abbiamo imparato che cos’è la dichiarazione Balfour del 1917 (https://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_Balfour_(1917)) e perché si rivelò una tragica premessa al conflitto. Abbiamo capito il ruolo determinante e funesto del Regno Britannico. Abbiamo capito per sommi capi, ma abbiamo capito più di qualche cosa.

L’ingiustizia sotto gli occhi.

Per fortuna, non ce lo aspettavamo, in Israele e Palestina si trova wi-fi gratuito a ogni angolo di strada e ogni sosta per un caffé o un panino, ogni notte passata in albergo è diventata l’occasione per divorare avidamente quante più informazioni riuscivamo ad incamerare e parlare parlare, tra di noi e con la gente che via via abbiamo incontrato. Più parlavamo, più sorgevano domande a cui dare risposta e giù di nuovo a cercare cercare cercare. Vedere l’ingiustizia con i propri occhi porta all’insorgere di questa fame. Fame di sapere di più, di capire, per non cedere subito alle conclusioni più affrettate, perché l’evidenza, l’ignoranza e l’ingenuità insieme ti circondano in una nebbia che all’improvviso diventa soffocante.

Senza entrare in dettagli culturali e religiosi, importantissimi, ma rischiossissimi (non voglio dire castronerie al cospetto dell’immensa letteratura esistente sull’argomento) proverò a fare un riassunto sommario di quel che abbiamo capito vedendo e leggendo insieme.

La scaltrezza del popolo ebraico, gli errori dei palestinesi.

Potrei cominciare così. Da un lato, c’è la scaltrezza, l’intelligenza politica, la potenza economica e militare del popolo ebraico, capace con alcuni passaggi cardine, in circa 150 anni, di creare le condizioni prima e successivamente gli strumenti per procedere all’obiettivo di conquistare l’intero territorio di Palestina” (come sottolineato da Netanyahu proprio ieri) muovendosi all’interno della legalità (anche se oggi le azioni illegali sono all’ordine del giorno e si moltiplicano senza tregua).
Dall’altro lato ci sono gli errori politici e strategici aiutati dal bassissimo potere contrattuale del popolo arabo di Palestina, che non ha saputo nei decenni trovare la giusta chiave per non soccombere a quella che si è manifestata fin da subito, a tutti gli effetti, come l’invasione di una superpotenza (in ascesa rapidissima e inarrestabile) ai danni di un popolo fiero, orgoglioso, ma debole politicamente e militarmente.

Vedere l’ingiustizia con i propri occhi porta all’insorgere di questa fame. Fame di sapere di più, di capire.

Abbiamo capito che agli Israeliani, come ai Palestinesi, non è mai interessata DAVVERO alcuna soluzione di compromesso. Gli ebrei hanno da sempre voluto prendersi la terra per intero. I Palestinesi hanno da sempre voluto conservare tutta la terra per intero. O almeno la maggior parte, a seconda delle correnti. Quel che è certo è che un esproprio legittimato dagli accordi internazionali raggiunti grazie al potere economico, non è un esproprio migliore. E’ sempre un esproprio.

La dichiarazione Balfour del 1917 di cui sopra, che vi invito a leggere, parlava dello sviluppo di uno stato ebraico in Palestina, nel TOTALE E COMPLETO rispetto della popolazione araba già residente.
Se vorrete addentrarvi in qualche lettura, scoprirete con quale arguzia e ampissima visione del futuro, i fondatori dello Stato di Istraele siano riusciti nel tempo ad aggirare completamente questo presupposto FONDAMENTALE, sfruttandolo in prima battuta, per poi abbandonarlo completamente.

Un esproprio legittimato dagli accordi internazionali raggiunti grazie al potere economico, non è un esproprio migliore.

Oggi i Palestinesi vivono in condizioni terribili. Vederlo con i propri occhi è stato doloroso.
L’opulenza e l’arroganza Israeliana si contrappone in maniera violenta alla miseria e all’umiliazione del popolo arabo che non ha saputo difendersi e seguita ad impantanarsi in una resistenza disperata che lo indebolisce e rafforza il suo nemico. Un popolo che ha dichiarato guerra più volte a Israele, mettendosi dalla parte del torto e porgendo il fianco alle future legittimazioni dei soprusi, per non vedersi sopraffatto da un nemico troppo potente e ha perso, riperso, riperso ancora. Uomini, terra, dignità.

Per non cedere a condizioni improponibili, il popolo arabo ha ceduto la propria libertà, vedendosi rinchiudere poco a poco in una prigione a cielo aperto. Un popolo esasperato, distrutto, deluso dall’inconcludenza dei propri capi, che ha ceduto al fuoco fatuo, ai moti di pancia dell’estremismo di Hamas (che ha fornito ad Israele su un piatto d’argento il pretesto per far cessare l’afflusso di aiuti economici alla Palestina). Ogni volta sbagliando e danneggiandosi, come sbaglia chi è troppo debole, qualunque cosa provi a fare.

Una prigione a cielo aperto.

Abbiamo visto con i nostri occhi i campi profughi dove civili a cui è stata tolta la casa e bruciata la terra nel 1948 vivono da 65 anni. Abbiamo visto disegnate sui muri le chiavi in bocca alle colombe, che simboleggiano il ritorno a cui i Palestinesi stanno smettendo di credere. Perché molti stanno cedendo alla convinzione che niente può fermare Israele.

Abbiamo capito che la parola TERRORISMO utilizzata quotidianamente dai membri del governo israeliano – e data ormai per scontata dalla stampa internazionale – è una parola densa di malafede che confonde le acque dell’opinione pubblica e cerca legittimazione per i propri scopi (portando conseguenze politiche interessantissime per Israele e devastanti per la Palestina). Una parola ricca di pretestuosità. Israele continua a chiamare terrorismo i gesti disperati di gente a cui viene quotidianamente ammazzata la famiglia, demolita la casa o impedito il libero accesso alla propria casa. Comunità la cui economia è stata strangolata con il muro, che paga per lavorare in Israele e costruire le case dei propri invasori. Perché si: i Palestinesi sono talmente stremati, che sono disposti a pagare una tassa mensile di 200 shekel (circa 45 euro da versare subito tutti insieme per sei mesi: 270 euro. Per un palestinese sono tantissimi), pur di lavorare per il nemico. Pur di lavorare.

Israele continua a chiamare terrorismo i gesti disperati di gente a cui viene quotidianamente ammazzata la famiglia, demolita la casa o impedito il libero accesso alla propria casa.

Il modo in cui Israele esercita il proprio potere, sventolando lo specchio per allodole del terrorismo (ma chi ha visitato i territori della West Bank lo sa: quella dei Palestinesi oggi è autodifesa DISPERATA) è ormai inarrestabile. Israele non è interessata alla Pace, se non come strumento provvisorio di ulteriore conquista. Se non alle proprie, umilianti condizioni. Israele cerca l’eliminazione del popolo palestinese dalle terre che considera SUE e la zappa, che l’esasperazione getta sui piedi dei palestinesi, sta nelle conseguenze di ogni omicidio, ogni sasso lanciato, ogni pallottola sparata per fame, vendetta, sete di giustizia: nuovi insediamenti di coloni, nuovi territori espropriati, nuove incursioni notturne con arresti indiscriminati, pestaggi, stupri, infanticidi, terrore (quello si, terrorismo ai danni di una comunità, continuo e quotidiano).
Nuove misure restrittive, nuovi cappi alla gola.

L’ingiustizia fa male. Ma il Diritto e la giustizia non sono la stessa cosa. Israele ha saputo conquistare il Diritto di conquistare ingiustamente il territorio palestinese. I Palestinesi, hanno diritto (con la d minuscola) di resistere, giustamente. Ma stanno soccombendo.

Nella foto: il campo profughi di Dheisheh a Betlemme.

Leggi anche: Cisgiordania: un fuori programma lungo un viaggio intero

Se questo articolo ti è piaciuto, iscriviti al blog! Riceverai direttamente via mail i nuovi contenuti. Se stai leggendo da smartphone o iPad torna all’inizio della pagina e inserisci il tuo indirizzo email. Altrimenti vai qui alla tua sinistra.