Viaggio in treno in Iran

Iran: quando l’ospite è “un amico di Dio”

Iran: quando l’ospite è “un amico di Dio”

Da Tabriz a Teheran in treno: così nel cuore dell’Iran abbiamo conosciuto un’ospitalità senza precedenti.

 

Iran Itinerario
Il nostro itinerario

Siccome erano rimasti solo due posti in vagoni separati, diciamo alla bigliettaia della stazione di Tabriz che non importa, andremo a Teheran in pullman. Non è il massimo e lei evidentemente lo sa. Infatti ci chiede di aspettare un momento. Compone un numero sul cordless e seguono alcune frasi in farsi per noi incomprensibili. Poi mette giù e ci comunica sorridendo, in inglese stentatissimo, che “il boss” ha procurato due posti letto “together” “apposta per noi” e sta mandando un uomo a prenderci. Io e Alessandra ci guardiamo perplessi ma accettiamo ringraziando.

“Ci manda il boss”.

Dopo dieci minuti passati a fissare un improbabile George Clooney doppiato in farsi su uno schermo, arriva un tizio che ci preleva e ci accompagna al treno, indicandoci a gesti la carrozza. Il responsabile ci chiede il biglietto, ma è sufficiente dirgli: “il boss ci ha detto di stare qui” per farci accompagnare subito in uno scompartimento tutto per noi e vederci anche offrire due bottigliette d’acqua congelata. Lo scompartimento è lercio e completamente sgarrupato, ma siamo da soli e già questo, in confronto ai viaggi della speranza che abbiamo fatto finora, ci sembra un privilegio non da poco.

Stiamo li a gongolarci mentre il treno esce dall’area urbana per addentrarsi nel deserto nordoccidentale, quando il ragazzo ritorna e ci fa cenno di seguirlo: “Cafe’… restoran”. E noi lo seguiamo sempre più perplessi fino alla carrozza ristorante, fornita di due file di tavoli e tendine rosse degne dell’Orient Express, dove veniamo lasciati al cospetto di due uomini seduti. Uno è quello che era venuto a raccattarci alla stazione, l’altro, in divisa, con tono pacato ma autoritario, ci invita a sederci e capiamo che è il boss. Il capotreno. Ci fa qualche domanda, scherza in italiano e ci fa i biglietti. Quindi ci spiega che ha disposto per noi una sistemazione migliore perché siamo suoi ospiti e ci invita a bere un tè con lui. Noi accettiamo, anche perché non sembriamo nella posizione di poter rifiutare. E così ha inizio una conversazione indimenticabile.

Un tè nel deserto.

Il capotreno sembra soprattutto interessato a parlarci dell’Iran, di come il mondo lo percepisca pericoloso e di quanto questo dispiaccia al popolo iraniano. Ma parliamo anche del terrorismo islamico, di questo folle momento storico, della profonda differenza tra sciiti e sunniti e di quella che esiste tra i normali sunniti e i terroristi dell’Isis. Parliamo e lo ascoltiamo parlare della follia religiosa che infesta l’Arabia Saudita sunnita, un fanatismo così distante dall’Iran sciita (che a noi sembra già assai “spinto” in verità). Cogliamo nuove sfumature di questo Islam che l’informazione generalista europea continua a raccogliere in solo fascio per raccontare alla gente ciò che vuole sentire (perché non c’è rassicurazione più grande che sentirsi confermati nelle proprie convinzioni, anche le più spaventose).

Le speranze dei giovani iraniani.

Parliamo degli equilibri internazionali tra le grandi potenze e della loro ricaduta sui popoli. Il capotreno è un uomo giovane, colto, intelligente e a tratti spiritoso, che ci spiega con precisione la differenza tra leggere le scritture interpretandole in base al modificarsi dei tempi e accettarle alla lettera “without thinking” generando l’ integralismo e le brutture che conosciamo. Ci mostra le foto dei suoi figli, di automobili iraniane che non abbiamo mai visto, di meravigliose località e ride di gusto quando noi gli mostriamo quelle del nostro gatto.

Ci parla delle speranze dei giovani iraniani, di un popolo che desidera tornare a identificarsi e ad essere identificato con la complessa e variegata storia di cultura millenaria che lo ha reso un grande Paese e di una politica interna che finalmente sembra aver avviato un lento processo di cambiamento. Alla fine stiamo insieme tre o quattro ore e noi ci sentiamo davvero come vip degli anni 30 in viaggio nelle terre d’oriente, serviti, riveriti e omaggiati della compagnia del capitano. Ci sembra anche di aver trovato un nuovo amico e ci sentiamo un po’ in colpa verso gli altri passeggeri.

Friends of God.

Quando è l’ora di andare a dormire scopriamo che ci è stato riservato uno scompartimento notte in prima classe. Il capotreno si scusa, ma dovremo dividerlo con una famigliola di tre persone perché il treno è pieno, ma in ogni caso, se lo desideriamo, li farà spostare. Ovviamente non glielo permettiamo. Ci corichiamo sovraeccitati finché i letti comodissimi non ci accompagnano in un sonno profondo dal quale ci sveglieranno solo i rumori della brulicante stazione di Teheran.
Ecco che cosa può succedere a viaggiare in Iran, un Paese dove l’ospite è considerato “a friend of God”.

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Leggi anche: Teheran, attenti alle effusioni.

4 commenti

  1. Fantastico viaggio, conoscenze di gente, lingue e culture completamente diverse dai paesi occidentali. Complimenti ai due bellissimi giovani che ci raccontano e ci fanno vivere le loro magnifiche esperienze.

      1. Che esperienza meravigliosa!!!
        Mi accorgo leggendo che conosciamo davvero poco della loro cultura, delle loro tradizioni e del loro modo di vivere.
        Grazie Matte!
        Un abbraccio.

        Andrea Di Pierro

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