Bogotà, il Murale Punto Magenta

Bogotà: come siamo capitati per caso a Ciudad Bolìvar

Bogotà: come siamo capitati per caso a Ciudad Bolìvar

Il capolavoro nascosto nel cuore dei barrios colombiani.

Voglio essere completamente onesto: abbiamo deciso di venire in Colombia dopo aver visto Narcos e alcuni documentari sulla figura di Pablo Escobar. La scintilla è scattata così. Quando una serie ti appassiona, finisci per affezionarti non solo ai personaggi, ma anche, a volte più di quanto te ne renda conto, all’ambientazione. Abbiamo deciso che dovevamo vedere quei luoghi tanto negativamente celebri nell’immaginario collettivo, con i nostri occhi.

Ed eccoci, un paio di mesi dopo la fine della quarta stagione, in hotel a Bogotà. Io ovviamente non ho ancora smaltito il fuso, sono di nuovo le 4 del mattino, sono sveglio come un grillo e come sempre in viaggio, fin da quando ero ragazzino, appena posso scrivo.

Siamo a Bogotà, capitale mastodontica di un Paese dove non credevo che avrei mai messo piede. D’altra parte sono e siamo europei nati negli anni ’80, il periodo dei narcos l’ abbiamo vissuto da bambini attraverso i telegiornali e ci portiamo dentro un’immagine precisa della Colombia, strettamente intrecciata al cinema e al terrorismo mediatico delle campagne antidroga dell’epoca: un Paese violento e feroce, criminale e pericolosissimo, dove la vita vale zero, la miseria corrode il territorio, la delinquenza è spietata e priva di etica, le mitragliatrici cantano ogni giorno, il sangue scorre a fiumi nei barrios, la polizia corrotta uccide e i ricchi signori della droga fumano il sigaro e commissionano omicidi in sontuose ville blindate. Tanto che per anni soltanto sentir pronunciare il nome della Colombia mi dava i brividi.

La Colombia fa ancora paura.

Certo, io e Alessandra abbiamo viaggiato abbastanza ormai da aver capito che quasi sempre lo stereotipo non rende giustizia alla realtà e per questo in genere cerchiamo di ripristinare un rapporto leale con la comprensione delle cose distruggendo lo stereotipo. Buona parte del senso del nostro modo di viaggiare sta in questo. Ma ciò non toglie che siamo tutti anche esseri irrazionali e mentirei se dicessi che alla vigilia della partenza e durante la prima incursione in centro a Bogotà, non avevamo paura.

Ascoltare l’autoconservazione. O almeno i tassisti di Bogotà.

In altre parole, non sapevamo se fosse il caso, per una volta, di lasciar perdere la nostra curiosità e limitarci a un cauto e veloce giro turistico delle zone di facciata della città: la zona rosa con i ristoranti lussuosi e le banche; il centro storico La Candelaria, rimesso a nuovo e pieno di studenti universitari, il mercatino di Usaquen o quello di San Alejo, pieni di vita, musica, allegria, biciclette e artisti di strada.

Fare i turisti normali, insomma, in un posto dove avrebbe assolutamente senso farlo e l’istinto di autoconservazione ti suggerisce di evitare come la morte il fitto alveare dei barrios che circonda la capitale. Un’area urbana degradata e disperata che porta Bogotà a quasi 12.000.000 di abitanti “malcontados”, come ci ha detto un tassista di nome Nelson. Da quando siamo arrivati tutti i tassisti, se facciamo domande a riguardo, non fanno che ripeterci, senza nascondere il disgusto sul volto, due concetti fondamentali: “hay pobres” e “muy peligroso”, alimentando i nostri laceranti dubbi.

Viaggiare è l’arte dell’incontro.

Sono convinto che per una volta avremmo fatto i bravi turisti composti tutti albergo, ristoranti, passeggiate e musei se non ci fosse capitato quello che ci capita sempre: l’ennesima dimostrazione che viaggiare è davvero, sopra ogni cosa, l’arte dell’incontro.

Succede che il primo giorno a Bogotà, mentre gironzoliamo assonnati per il delizioso mercatino di Usaquen, conosciamo Francesco, un ragazzo di Genzano di Roma che vive in America Latina da quattordici anni. E’ un fotografo specializzato in fotografia stenoscopica (se non sapete cos’è: it.m.wikipedia.org/wiki/Stenoscopica) e in altre tecniche fotografiche. Ha un banchetto lí dove vende le sue fotografie e quelle della sua compagna. Siamo molto stanchi per il fuso e poco reattivi ma lui per fortuna racconta molto, come tutte le persone appassionate. Fa cose belle nella vita e ama condividerle. E succede che mentre racconta i suoi progetti, tra i quali un corso di fotografia stenoscopica in carcere, tra le tante foto esposte, ne notiamo una che ritrae un murales molto bello e Francesco ci spiega che si tratta del Punto Magenta.

Il murale più grande della Colombia.

Si trova a sud di Bogotà nell’immenso distretto povero di Ciudad Bolìvar ed è stato realizzato grazie a un progetto umanitario che ha coinvolto tantissimi ragazzi. Con tranquillità Francesco ci spiega come arrivarci. Stiamo parlando di un’area poverissima e ricca di criminalità, ma Francesco che la conosce non menziona pericoli. Ci consiglia soltanto di andarci di giorno, intorno all’ora di pranzo e andare via prima delle cinque. Ecco, questo sembra niente, ma in realtà cambia tutto perché è proprio così che uno stereotipo inizia a cedere: una persona calma e informata (tua connazionale) che ti spiega che si può fare. E come.

In un attimo la paura rallenta, il dubbio indebolisce, la curiosità si rafforza. L’impossibile ritorna possibile. Così compriamo una bella foto scattata dalla sua compagna, salutiamo Francesco e torniamo in albergo eccitati, con le sue istruzioni appuntate su un foglio di carta. Alle quali il giorno dopo, cioè ieri, aggiungeremo del nostro: Francesco infatti consigliava i mezzi pubblici, ma noi non siamo ancora così temerari: nonostante sia molto lontano, scegliamo il taxi.
E facciamo bene perché è così che conosciamo Nelson.

E’ proprio così che uno stereotipo inizia a cedere: una persona calma e informata (tua connazionale) che ti spiega che si può fare. E come.

Verso l’inferno dei barrios di Bogotà.

Nelson ha la faccia rovinata e l’occhio criminale. Quando gli chiediamo di portarci a Ciudad Bolìvar, il distretto più famoso e terribile di Bogotà, sembra titubante e per qualche minuto ci fa tornare i dubbi e l’inquietudine. Pensiamo di scendere, di lasciar perdere. Ma ormai siamo partiti e ci teniamo l’ansia.

Imbocchiamo l’Avenida Caracas in direzione sud, un’enorme arteria urbana che punta dritto verso l’inferno dei Barrios. Ci guardiamo intorno atterriti. Più avanziamo nel traffico fetido, più incontriamo ai margini della strada edifici cadenti e sporchi, spazzatura ovunque e volti spaventosi. È un’ escalation verso la povertà. Nelson scuote il capo e ci sembra non capire perché. Perché vogliamo andare a Sud? Vediamo corpi abbandonati per terra tra la spazzatura e i passanti. Sono per lo più tossicodipendenti, ne vediamo uno sniffare a pochi passi dall’auto.

Perché vogliamo andare a sud?

All’ennesimo scuotimento di capo di Nelson, Alessandra cerca di spiegare in spagnolo stentato che quando viaggiamo, se è possibile, noi vogliamo vedere tutto, non soltanto le zone pulite e presentabili. Nelson sorride. Capisce. Pensava avessimo amici e parenti laggiù, solo così poteva spiegarselo, ma ha afferrato che cosa intendiamo e ci da ragione: “porque hay bueno y hay malo. No bueno solamente”. E così come se all’improvviso avesse capito come interagire con noi, inizia a parlare e non smetterà più. Come un vero Cicerone ci spiega tutto quello che vediamo. Incontriamo la piazza dei Martiri dove fucilarono “mucha jente” durante il periodo dell’indipendenza, una chiesa storica e un obelisco tra un’autofficina cadente e un tossico addormentato. Attraversiamo Santa Fe’, il quartiere della prostituzione, dove vediamo ballare in strada giovani transessuali che Nelson chiama “marricas” riportandoci per un attimo dentro una puntata di Narcos.

“Hay bueno y hay malo. No bueno solamente”

Ci indica i nomi dei barrios che ci scrutano dalla vicinissima montagna, con le loro murature sporche, cadenti e bucate, i panni stesi, a poche centinaia di metri dalle nostre teste, mentre siamo imbottigliati nel traffico dell’Avenida Caracas (che solo il nome fa tremare). Ci spiega che il traffico è la piaga del suo lavoro ed è per quello che non si era mostrato entusiasta all’idea di portarci a Ciudad Bolivar.

Tiriamo un sospiro di sollievo. Mentre vediamo un gruppo di ragazzini sudici e vestiti di stracci attraversare la strada strattonandosi a vicenda, Nelson ci conferma quanto detto da Francesco: che c’è tanta delinquenza e povertà a Ciudad Bolìvar ma facendo attenzione, di giorno, ci si può andare. Non come il Barrio Eldorado, alla nostra sinistra, secondo lui il più pericoloso di tutti. Nelson ci indica anche un barrio detto “Il presepe” perché assomiglia proprio a un presepe natalizio. Ma poi aggiunge con una risata un po’ sinistra: “El presepe de los malos”. A un incrocio alcuni ragazzi tentano di vendere sedili per motocicletta. Li tengono in braccio e cercano di fermare le macchine. A Bogotà ci sono circa un milione di moto. “Come la popolazione di Torino” ride Nelson.

Bogotà e i settori numerati.

Poco a poco entriamo nella Ciudad. La precedono alcuni barrios di cui non ricordo il nome che sono coinvolti in un progetto di riqualificazione e ritinteggiatura delle abitazioni (tutte molto colorate in effetti) e mentre costeggiamo un enorme carcere, Nelson ci spiega che Bogotà è fatta a strati. O meglio a settori. O meglio ancora, classi sociali. Sono numerate. Noi ad esempio ci troviamo ora nel settore 1, il più basso in assoluto. L’area del nostro hotel è il settore 4. Ceto medio, insomma. Perché si arriva fino ai settori 8 e 9, al nord, abitati dai ricchi e super ricchi. Per ogni zona una diversa fascia di reddito. Questo ci colpisce. Soprattutto la naturalezza, forse rassegnazione, con cui Nelson spiega il meccanismo senza criticarlo. Non vuole denunciarlo, vuole solo farcelo capire.

Punto Magenta.

Passiamo un prato con delle mucche pascolanti e siamo a Molinos dove alcuni ragazzi si allenano in un campo di calcio. Ora siamo proprio vicini a Ciudad Bolìvar. Ci sentiamo un po’ osservati ma nemmeno troppo. In effetti sembra tutto abbastanza tranquillo. Dopo una curva chiediamo a Nelson di fermare la macchina perché siamo arrivati.

Eccolo lì, il Punto Magenta. Alla nostra sinistra, superato un piazzale di cemento e un prato, c’è un piccolo barrio costruito sulla salita di un’altura. Le case sono state trasformate in un gigantesco murale coloratissimo. Lo vedete nella foto scattata da me, che non gli rende giustizia. Si può osservare bene solo da quel punto perché ogni disegno è stato pensato per cominciare su una casa e proseguire su più livelli sulle case posteriori, quindi bisogna allineare lo sguardo frontalmente. Basta spostarsi di pochi metri e il disegno si scompone. È oggettivamente un capolavoro. Anche Nelson scende con noi per fotografarlo perché non ne aveva mai sentito parlare prima. Qualche ragazzo ci osserva da un bar, ma senza grande curiosità. Noi non sappiamo bene come sentirci. Prevale un senso di eccitazione e incredulità.

Lungo la strada di ritorno Nelson ci dice che siamo stati fortunati a trovare lui. Che molti altri non ci avrebbero nemmeno portati laggiù, ma lui è curioso, ama dialogare, raccontare e imparare cose nuove. E soprattutto ci ringrazia per avergli fatto scoprire il Punto Magenta, un posto nuovo da raccontare.

Il viaggio è l’arte dell’incontro ma l’incontro esiste soltanto se c’è scambio.
Lo salutiamo scendendo dall’auto in piena Candelaria, mezzo storditi, mezzo commossi, mezzo soddisfatti. Evviva, anche questa volta la paura ha perso.

PS: grazie Francesco Tetti (non Totti. Tetti!)

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Leggi anche: Colombia 2018.

1 commento

  1. Racconto fantastico.
    Filippo Santambrogio da Bogota.

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